Colombacci al campo in Lombardia

Dedicato al mio amico Giuseppe Colombo, detto “Pino”, che mi ha insegnato la caccia al colombaccio.

Uno dei ricordi più cari che conservo nella mia memoria e di cui possiedo fotografie a testimonianza di quel favoloso periodo ormai lontano, è legato al Colombaccio, alla prima volta che dovetti confrontarmi con questo meraviglioso pennuto dalla vista e dalla diffidenza proverbiali, non facile da “capire”, durante l’autunno della mia prima licenza di caccia.

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Il colombaccio un selvatico di serie B? I tempi cambiano…

Noi lombardi abbiamo sempre relegato ingiustamente questo selvatico alla serie B. I nostri anziani e la generazione di mio padre hanno sempre prediletto animali che appagano l’occhio, per questioni legate all’ego oltre che al tegame. La lepre era ed è il selvatico per antonomasia più ambito, la cui caccia richiede da sempre sforzi non indifferenti. Per le generazioni passate questa era la caccia, perché si andava soprattutto per mettere il cibo in tavola, è inutile tergiversare, si cacciava per il carniere che aiutava non poco l’economia famigliare, cosa che oggi è impensabile.

Ma gli anni passano e con loro le generazioni, l’ambiente muta e mutano, non sempre, anche le menti delle persone. Quando succede si possono osservare cambiamenti epocali che stravolgono la vita della gente e che lo si voglia accettare o meno si è costretti ad adattarci al contesto temporale in cui interagiamo. Questi cambiamenti epocali, seppur in adeguata e circoscritta misura, hanno interessato anche l’universo venatorio nostrano, costretto ad adattarsi al momento storico poco propizio per l’ambiente, in cui le monoculture intensive, l’antropizzazione, l’abbandono della campagna, sono solo una parte dell’espressione rurale della globalizzazione, in cui purtroppo sono andate perse le varie biodiversità che caratterizzavano il nostro paese soltanto 50 anni fa.

Il clima non è stato da meno, è cambiato, l’inquinamento ed il surriscaldamento globale non sono i responsabili di questi mutamenti, sono solo degli accelleranti: secondo gli studiosi di varie università nel mondo, il clima sta cambiando perché deve cambiare!!! E’ un fatto rilevato e previsto già da tempo, perché la natura ed il nostro pianeta non sono realtà statiche ma ben si dinamiche, funzionano a cicli, sono sempre in perpetua evoluzione, si rigenerano e/o si adattano alle varie situazioni, non ce ne accorgiamo forse perché i loro tempi non sono come i nostri, sono molto più lunghi, non si misurano in anni ma in ere e prima o poi per un ciclo che termina ce n’è uno che inizia.

… E i cacciatori si adattano

Cotali cambiamenti climatico/ambientali provocano sugli animali selvatici, migratori in primis, repentini cambiamenti di abitudini, costretti dall’istinto di sopravvivenza a doversi adattare alle nuove condizioni, variano le loro abitudini alimentari, riproduttive e migratorie spiazzando intere schiere di cacciatori che hanno col tempo imparato a cacciarli.

A ben vedere siamo già stati testimoni di questi fenomeni. Non noi direttamente ma l’uomo preistorico del paleolitico che era un nomade cacciatore e raccoglitore, senza dimora stabile, che viveva seguendo i branchi di mammut, bisonti, renne orsi e altri ungulati da cui dipendeva la sua alimentazione. Col passare dei millenni l’uomo si è evoluto grazie al suo spirito di adattamento che ne ha preservato l’evoluzione con successo

.Ancora oggi, senza andar troppo lontano, nel nostro piccolo, questo spirito di adattamento è risultato essere il nostro asso nella manica. Spezzando una lancia in favore della mia generazione di cacciatori e di quella successiva, posso asserire che ci siamo adattati alle nuove condizioni imposte dalla natura meglio delle generazioni precedenti e ancora praticanti, forse perché meno viziati da abitudine apprese in periodi più confacenti. Se da una parte, infatti, non abbiamo visto i tempi d’oro tanto blasonati dai nostri predecessori in cui bastava affacciarsi alla campagna per rimediare l’arrosto, dall’altra siamo nati e cresciuti, venatoriamente parlando, in un epoca in cui non c’è necessità di sostentamento correlato all’attività venatoria e nemmeno si riscontrano abbondanti incontri.

Dopo aver riflettuto su quanto scritto, reputo necessario per il cacciatore odierno rivalutare alcuni selvatici ed il modo di insidiarli se si vuole continuare ad andar per campagne a caccia con profitto.

Pino

Se esiste però un eccezione che conferma la regola in ogni storia che si rispetti, in questa l’eccezione si chiama “Pino”, un signore che oggi batte i 74 anni circa, milanese doc, ora pensionato, ex rappresentante di articoli per pasticceria.

Questo signore entrò nella mia vita in piena adolescenza, anzi ad essere onesto fui io ad entrare nella sua vita, e più precisamente in casa sua, assieme a Tiziano e a Rachele, i suoi figli, miei coetanei a cui sono particolarmente affezionato e che ho nel cuore nonostante la vita ed il lavoro ci hanno portato lontano l’uno dagli altri. La sua casa era ed è ancora, credo, un tempio della caccia, un tempio in cui trovavano bella mostra trofei, espositori con armi di pregio, richiami di squisita fattura, cartucce, fotografie di viaggi venatori e tutto quello che si può trovare in una casa di un vero appassionato cacciatore.

Erano gli anni 90 ed io, previo esame, conseguii la licenza di caccia. Pino fu il primo cacciatore ad esclusione di mio padre e di mio zio Mario, a complimentarsi con me. Per me è sempre stato un piacere sentirlo raccontare le sue avventure sulla caccia. Spesso aspettavo suo figlio Tiziano che finiva di prepararsi per uscire e così ne approfittavo per sedermi al tavolo con lui e sua Mamma, la signora Carla. Oltre ad essere un persona simpatica e di compagnia i suoi racconti erano pieni di enfasi e di calore, non era baldanza ne vanteria, erano racconti oltremodo coinvolgenti perché arrivavano dal cuore, figli di una passione forte e radicata verso la caccia.

Fu il primo a parlarmi di cacciate a colombacci

I miei parenti erano conosciuti in zona come grandi lepraioli ed io da ragazzo, ad eccezion fatta per le anatre, sentivo per la maggiore storie di lepri e di segugi e qualche volta, dai racconti su mio zio Emilio, sentivo nominare i beccaccini. Fu Pino che mi parlò per primo di cacciate a colombacci, opzione che in casa mia veniva considerata forse solo dopo la chiusura della lepre e sicuramente da farsi in giorni con forti nebbie. Niente di così importante da spenderci dietro tempo e soprattutto denari in cartucce.

Pino invece, precorrendo i tempi, già parlava di rimesse, dormitori, piante di buttata, stampi, cimbelli e tutta una terminologia forbita a me completamente sconosciuta che nemmeno al corso caccia avevo sentito nominare.

E venne un sabato pomeriggio, lo ricordo come fosse ieri, appena prima dell’apertura di quell’anno, che lo incontrai sulla porta di casa sua che usciva per andare al bar, salutandolo mi disse: “Ciao Casella, Tiziano è appena arrivato, entra! Settimana prossima c’è l’apertura e appena fa freddo e ho un po’ di tempo se te la senti usciamo a fare un giro”, troppa grazia Sant’Antò! Certo che vengo e anche di corsa, sono alla prima licenza, ad una settimana dall’apertura ricevere un invito vogliamo scherzare? Sono occasioni più uniche che rare e vanno colte al volo.

Passò Settembre, passò la prima metà di Ottobre ed arrivarono i colombacci in pianura padana. Come promesso ci accordammo per una cacciata insieme e giunse finalmente quel momento. Se a quel tempo mi avessero detto che a 44 anni sarei stato un appassionato di caccia al colombaccio avrei storto il naso e ci avrei riso sopra, invece sono ormai 10 anni che la mia apertura di stagione fino ad Ottobre inoltrato è per la maggiore proprio al colombaccio, per questioni di ambiente e di clima appunto, per questione di affetto verso i miei abituali compagni di caccia, perché lo considero ancora un selvatico al 100%, perché adattandosi ai cambiamenti climatici di cui sopra e alle monoculture intensive di mais si è stanzializzato e nidifica in abbondanza anche da noi.

La mia prima giornata a Colombacci

Alle 5 del mattino ci trovammo sotto casa sua, lasciai parcheggiata la mia macchina e partimmo con la sua Renault 4 verso zone a me sconosciute, ovviamente sempre nel pavese ma non contemplate nella geografia venatoria di famiglia.

Pino è sempre stato un appassionato migratorista, oggi si è cognato questo termine con cui lo si può identificare con facilità allora non era cognito a tanti, men che meno ad un illetterato cafone come il sottoscritto. Così, ad inizio giornata, di buon mattino si iniziava perlustrando canali irrigui, rogge e fossi in cerca di anatre, oppure di beccaccini che per la maggiore costituivano il carniere, a cui poi si poteva aggiungere un eventuale fagiano, un coniglio (tanta grazia!), una lepre (non ci speravi nemmeno) o se le si gradivano le gallinelle d’acqua e qualche volta un porciglione.
Ma era nei momenti più caldi della giornata che il colombaccio usciva in pastura dai suoi posatoi abituali, mi ripeteva Pino di continuo: “Ed è in quel momento che inizia la nostra caccia.”

Io lo seguivo e lo ascoltavo con interesse, non era la caccia che mi avevano insegnato in famiglia, era qualcosa di diverso, più dinamico, divertente e senza troppe regole, in cui si poteva sparare a tutto il selvatico senza timore di rovinare il cane o la cacciata ad altri, niente segugi e lepraioli, niente cani da ferma, solo cacciatore e selvatico.

Mi resi però conto che rispetto a Pino, partivo svantaggiato, lui portava in spalla un semiautomatico Benelli, con una canna da 71 cm strozzato a 2 stelle, poteva essere una canna Saint Etienne adesso che ci penso, io invece portavo l’unico fucile che avevo, una doppietta Franchi L 300 con canne 71cm 4/2 stelle monogrillo, che mi fu regalata da mio zio Mario il giorno che fui licenziato.
Ad onor del vero con quella doppietta nel tempo, ci ho fatto tante belle cacciate, ma quella volta non mi fu particolarmente d’aiuto, perché una volta nel bosco Pino mi piazzò sotto al posatoio, dove lui ed altri avevano costruito una sorta di capanno con materiale reperito sul posto appena sufficiente a non essere scorti dagli uccelli, con l’ordine categorico di sparare solo su animali posati in pianta.
Dopo tutto non potevo pretendere di più, avevo solo 1 mese abbondante di caccia sulle spalle e poca dimestichezza col tiro al volo, mi accontentai perciò di ciò che passò il convento di buon grado, e mi acquattai in attesa, mentre il mio anfitrione si appostava là dove avrebbe potuto sparare agli uccelli di passata al volo.

Giunsero le 11:00, e nulla si vedeva volare in cielo in quella mattinata grigia e fredda. Cominciai a credere che fossero tutte chiacchiere quelle sentite da Pino e che forse aveva ragione mio zio Mario, i colombacci si prendono solo con la nebbia.
Verso le 12:30 in un bosco non troppo distante dal nostro si sentì una scarica di fucilate, che fu come il suono cristallino di una sveglia perché mi destò da quel grumo di pensieri che mi giravano in testa e mi fece rizzare in piedi per vedere che succedeva. Nulla, non succedeva nulla, mi risedetti nel capanno. Poco dopo però sentii 3 fucilate provenire dalla posizione di Pino, colto dall’emozione e dalla curiosità allungai la testa fuori dalla paratina improvvisata per capire che stava succedendo e scorsi un volo di uccelli grigio/azzurro che si alzavano in quota, mi giudicai subito un mal fidente per aver dubitato della parola di Pino e mentre mi pentivo di me stesso e della mia stupidità li seguii con lo sguardo fino a quando fui in grado di vederli. Ciò che mi colpì maggiormente guardandoli, fu la maestosità di quell’incedere incessante verso il cielo senza quella frenetica e confusa fuga tipica del selvatico impaurito dal fucile. Lo stormo di circa 150/200 colombacci si defilò avvolto dalla sicurezza che il loro numero cospicuo garantiva e pensai che non li avrei mai più rivisti, quindi, addio carniere accidenti!

Qualche tempo passò e mentre sconfitto giocherellavo con due formichine nella mia postazione sentii uno sbatter d’ali sopra la testa, un rumore nuovo mai sentito, alzai lo sguardo e li vidi, erano colombacci, forse 30 o 40 esemplari che volteggiavano appena sopra le punte dei rami degli alberi. Mi irrigidii perché dal loro volare lentamente intuii che si sarebbero presto posati, nella migliore delle ipotesi, a tiro della mia doppietta. Si posarono sulla pianta di fronte a me dopo avermi esaurito con infiniti passaggi e accenni di curata. Puntai il fucile su quello che giudicai il più vicino ed aprii il fuoco. Lo stormo prese il volo con frenetica decisione, questa volta si trattava di una fuga a tutti gli effetti, 3 animali però caddero al suolo con un tonfo sordo e di peso. Incredulo corsi a recuperare ciò che avevo catturato e mentre raccoglievo il primo animale sentii Pino che scaricava nuovamente l’automatico.

Stavo rientrando al mio posto quando sentii che mi dava la voce, mi urlò: “Li hai presi?”
Ed io risposi: “Sì, ne ho beccati 3”
Lui: “Bene torna dentro e aspetta che fra poco tornano e facciamo lo stesso”.

Quel giorno tornarono altre 2 volte, ma non si posarono più sulla mia pianta, passavano sopra lui che non mancava mai di colpirne uno e di strapparlo allo stormo come il contadino strappa un chicco d’uva dal grappolo sul filare. Ma non mi importava un gran che dopo tutto, io avevo 3 animali fantastici che giacevano ai miei piedi, e più li guardavo e più comprendevo di avere davanti un gran bel selvatico, maestoso, furbo e mai scontato, in grado di regalarmi giornate di caccia emozionanti e che non avrebbe mai permesso che mi annoiassi.

“Alla prossima volta amico mio”

Dal quel giorno conto ben 26 licenze, di acqua ne è passata sotto i ponti, di esperienze ne ho vissute infinite, ma la voglia di cacciare il colombaccio torna sempre puntuale, immancabilmente, ogni volta quando vedo in Agosto i campi di girasole maturi ai bordi delle autostrade mentre rientro dalle vacanze, oppure se vedo granturcheti a perdita d’occhio, piante avvolte dall’edera o querce da ghianda.

Non oso definirmi uno specialista, perché non mi dedico solo a questo selvatico che sta salvando la caccia in Italia, ma con orgoglio posso vantare diverse decine di abbattimenti durante la stagione e una determinata capacità di allestire stampate e giostre al campo che mi permettono di misurarmi con la sua proverbiale diffidenza con buone probabilità di vittoria.

Per quanto riguarda Pino, beh, gli anni sono passati anche per lui, è andato in pensione, è diventato nonno e caccia ancora come allora. La scorsa stagione appena prima delle feste, in un tardo pomeriggio mentre col cane rientravo da una cacciata a fagiani con il mio amico Massimo, l’ho incontrato, noi sulla riva di un fosso lui su quell’ altra, giusto sul ciglio di un bosco fitto, lo abbiamo salutato, abbiamo scambiato 2 parole sulla caccia della giornata e ci siamo scambiati anche gli auguri di Natale, poi Massimo gli ha chiesto: “Cosa fai adesso Pino?”, lui mi guarda perché sa che conosco già la risposta, sorride, guarda Massimo e gli risponde: “Sto aspettando che i colombacci vengano a dormire su quella pianta lì!” Ridiamo tutti e tre, di gusto, felici ed allegri come possono essere 3 uomini semplici realizzati. Prima di andarmene per la mia strada però lo guardo, sono felice di averlo incontrato, vederlo mi ha fatto sentire a casa, una casa da cui manco da troppo tempo, ma prima che la malinconia prenda il sopravvento lo saluto e tra me e me penso: “alla prossima volta amico mio, alla prossima volta”.

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5ommenti

  1. Caro Luca, io considero ognuno di noi cacciatori ambientalista, perché in fin dei conti siamo noi i primi ad aver a cuore il nostro ambiente, luogo in cui per necessità esercitano l’attività venatoria, per cui non ho particolare astio con la nostra controparte aboliziinista, loro fanno i loro interessi come noi facciamo i nostri, sarebbe tedioso pensare che in un mondo abitato da 7 miliardi di persone tutti la vedessero allo stesso modo su un dato argomento più che su un altro, Se così fosse non ci scoppierebbero le guerre. L’introduzione di questo racconto è nata nel momento in cui ho avuto la possibilità di assistere ad un convegno di climatologia e di biologia marina prima dell’inizio della pandemia. Vari studiosi ivi convenuti, alcuni provenienti da università prestigiosissime come Cambridge, Yale, la Sorbona, Oxford, Harvard, per citarne alcune, ritengono che i cambiamenti climatici avvengono perché sono ciclici, sono momenti in cui il pianeta si auto regola per trovare il suo giusto assetto, il fatto che noi stiamo facendo di tutto per distruggerlo in nome del dio denaro e dell’economy mondiale risulta essere un fattore secondario, ciò nonostante il nostro impegno come tu sottolinei é importante ma non sufficiente per cambiare le cose, anche se non siamo noi come umanità il fattore x in questi processi evolutivi. Per poter apportare un contributo importante dovremmo come minimo cancellare la globalizzazione e tutti i suoi derivati, sia utili che inutili, converrai anche tu che questo non è ipotizzabile quindi che ci resta da fare??? Non è nel circolo vizioso della politica venatoria che troveremo una risposta in tempo breve ad un problema che riguarda tutto il genere umano, dovremmo abituarci a fare piccoli sacrifici quotidiani, iniziando col rispettare le regole che ci vengono imposte dopo attente valutazione dagli esperti che citavo primo, , utilizziamo cibo e materiali con più parsimonia, limitiamo il consumismo e nel nostro piccolo cerchiamo, con piccoli gesti quotidiani di rispettare di più l’ambiente magari riciclando il riciclabile, evitando di gettare rifiuti in giro, utilizzando meno la macchina per fare piccoli spostamenti, oppure utilizzare meno e meglio l’energia elettrica e poi tanto ancora …. É più specificatamente per il nostro piccolo angolo, quando si va a caccia cerchiamo di farlo in modo sostenibile lasciando a casa l’ego, la competizione è l’ingordigia che sono quelle brutte cose che ci fanno compiere inutili massacri dove al numero delle prede sarebbe meglio sostituire la qualità del come le si cattura. Spero di esserti stato utile nello spiegarti il mIo personale punto di vista su quanto ho scritto nel racconto, colgo quindi l’occasione di ringraziarti per aver letto il mio scritto e per averci poi riflettuto sopra, noi si scrive per questo motivo, non ho veilleità di possedere la verità assoluta ne scrivo gesuitismi, non sono esente da errore ma finché quello che scrivo porta ad una riflessione allora ho raggiunto il massimo risultato. Ti abbraccio
    Stefano Casella

  2. Stefano, riguardo ai cambiamenti climatici… non sarà, più semplicemente, che ce l’hai con gli ambientalisti? E pensare che l’attività venatoria, in questo ambaradan, c’ha ben poco a che fare, ma purtroppo dovrà dolorosamente subirne le negative conseguenze. Non sarebbe meglio, se vogliamo mantenere in vita questa passione e questa possibilità, darci da fare per contenere il problema, invece che “mettere la testa sotto la sabbia”? Cordialmente, Luca Bartolucci, Casalfiumanese (BO)

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