Il Maestro, la Regina e il Grande Fiume

Analisi e riflessioni su un particolare e significativo abbattimento di una beccaccia durante una nebbiosa mattina di ottobre.

Protagonisti di questa azione sono la Regina del bosco, i miei due Spinoni Caio e Orso, mio padre e la golena del Grande Fiume Po. Io, invece, svolgo il ruolo marginale della “seconda canna”, dell’osservatore che rimane di stucco nel vedere una meraviglia compiersi. L’azione in questione, infatti, mi segnerà per tutta la vita e mi farà tornare a credere alle favole.

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Il mio Maestro di caccia

Questo dannato 2020 non è stato un anno particolarmente fortunato. Tra COVID, persone care che se ne sono andate e una serie di sfortunati eventi, non vedo l’ora che scocchi la mezzanotte del 31 dicembre per dire addio a quest’anno funesto. Tra gli sfortunati eventi che mi hanno buttato giù mentalmente e fisicamente ce n’è uno che c’entra con questa storia. A luglio Orso, lo Spinone di 10 anni mio Maestro di caccia, comincia a non riuscire più a camminare bene. Vederlo soffrire non mi faceva dormire la notte. Mentre lavoravo non riuscivo a togliermi dalla mente il suo sguardo triste mentre aspettavamo il nostro turno dal veterinario. Dopo aver sentito i pareri di diversi veterinari, riusciamo a capire che tutto il problema deriva da un’ernia. Di conseguenza applichiamo una cura adatta.

Dopo un mese di riposo e di medicine si comincia a vedere qualche miglioramento. All’apertura della stagione venatoria però non era ancora pronto e quindi decidiamo a malincuore di lasciarlo riposare a casa, puntando su Caio, che ne approfitterà sfoderando una prova da Cacciatore con la C maiuscola. Poi quasi per miracolo, con il proseguire della stagione venatoria, Orso migliora e, grazie alla sua enorme passione, attorno a ottobre torna a farsi le sue tre uscite settimanali, con i suoi ritmi, con le sue pause ma rimanendo sempre decisivo. Questa è stata un’ulteriore lezione che ho appreso dal mio Maestro. Non bisogna mai mollare perché, anche se le speranze sono poche o nulle, la passione, la forza di volontà e un briciolo di fortuna possono farci uscire vincitori dalle peggiori difficoltà.

La beccaccia del Maestro

Non mi soffermerò tanto sull’azione in sé perché di cronache di giornate di caccia ne avete già lette a milioni. Analizzerò invece i significati e le sensazioni derivanti da questo abbattimento. Una beccaccia alla quale io sono passato a pochi centimetri senza farla involare, mentre andavo a controllare un posto dove di solito bazzica qualche anatra. Dalle due fucilate del mio vecchio mentre io ero ancora impegnato a cercare di far scendere 3 germani, sfruttando nebbia e richiami a fiato, avevo capito che non erano i classici colombacci che abitano la golena e i suoi pioppeti. Anche Caio che, in attesa di un possibile riporto, mi stava facendo compagnia tra le frasche, aveva capito che qualcosa non quadrava. Di corsa si è precipitato dal mio “vecchio” e lo ha aiutato a recuperare la Regina, che da ferita aveva fatto qualche metro prima di spirare a fianco della gaggia. Il Maestro aveva colpito ancora. A 10 anni, con mezzo milione di acciacchi, derivati sia dall’età che dalla displasia, e con un’ernia al disco era ancora decisivo. Vedere gli occhi lucidi del mio vecchio mentre mi raccontava per filo e per segno, con voce tremolante e con la beccaccia tra le mani, l’azione appena avvenuta è stato come riportarmi indietro negli anni, come quando mi leggeva le favole di Rodari per farmi divertire. Per qualche istante ero tornato bambino, non riuscivo a spiccicare una parola dall’emozione ma ero la seconda persona più felice a questo mondo (la prima era mio papà).

Per settimane aveva cercato, senza riuscirci, di far fare una bella azione a Orso. Ma le emozioni non si programmano, si vivono! Tra fagiani pedinatori che o non c’erano o non collaboravano (eccetto uno, che era stato fermato dal mio Beretta) e beccaccini che non erano ancora arrivati, questo obbiettivo oramai sembrava irraggiungibile. Irraggiungibile e insperato così come la guarigione di Orso. Forse per questo la dea bendata della fortuna ha deciso di darci una mano. Grazie al caso, grazie a Orso e grazie a quella strana magia che abita la golena del Grande Fiume ero riuscito a ri-innamorarmi della caccia e soprattutto di quella incertezza che la accompagna. Quella incertezza che mi porta a fare levatacce per fare l’alba sul fiume, sperando nella giornata dei sogni, o in quella che mi porta a macinare chilometri di risaie, sperando sempre nel beccaccino fermato dai miei cagnoloni. Vado a caccia per questo. La caccia per me è sinonimo di emozioni, che vanno vissute con chi si ama o con chi realmente si apprezza.

Questa ultima riflessione la dedico a tutte quelle persone che, non capendo la caccia e cosa ci sia realmente dietro, insultano e augurano ogni male a noi cacciatori e alle nostre famiglie. Molti amici, tra cui anche dei cacciatori, mi chiedono: “Ma perché vai a caccia che tanto non c’è niente?” Eccovi la risposta. Niente è certo nella caccia, come nella vita. Puoi vivere cinquant’anni senza trovare l’anima gemella e poi, magari per caso, la trovi e ritorni bambino. La caccia ogni volta mi insegna lezioni che valgono più di un milione di “fagiani pronta caccia” nel carniere. Lezioni che non ti insegnerà nessun altro a questo mondo. Lezioni dure, che molte volte fanno più male che bene, senza le quali non sarei ciò che sono e non avrei superato alcuni ostacoli che la vita mi ha messo davanti. C’è chi sogna il gol al novantesimo della squadra del cuore contro i rivali da battere ad ogni costo e poi ci sono io, che sogno una ferma da pelle d’oca dei miei ausiliari, coloro che, più di chiunque altro, mi fanno provare emozioni che sanno di vita.

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