La caccia al tempo dei Sapiens

Per arrivare a domare il mondo che lo circondava, l'Homo sapiens ha dovuto adattarsi al meglio ad un ambiente selvaggio e ostile fino a diventare il miglior cacciatore e pescatore presente in natura.

L’uomo Sapiens, la nostra specie, l’unica presente ancora oggi sul globo terrestre, è giunta nel continente europeo circa 40.000 anni fa. La comparsa e la diffusione di questa forma umana (ribadiamo che si tratta di noi uomini moderni) ha portato trasformazioni radicali al mondo allora conosciuto attraverso un nuovo sviluppo delle tecniche di sussistenza e di sfruttamento delle risorse. Per arrivare a domare il mondo che lo circondava, questa nuova forma vivente, ha dovuto adattarsi al meglio ad un ambiente selvaggio e ostile fino a diventare il miglior cacciatore e pescatore presente in natura.

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Ma una vera e propria rivoluzione ha riguardato anche lo sviluppo delle capacità intellettuali e tutti gli aspetti più legati al mondo dell’arte, alla cura dei propri defunti e al simbolismo in generale. Chi ha avuto la fortuna di poter osservare da vicino una grotta preistorica adornata da incisioni e pitture rupestri è stato certamente catapultato in un passato remoto fatto di uomini dotati di straordinarie capacità adattative che, quotidianamente, combattevano con tutte le loro forze, fisiche e cognitive, una lotta per la sopravvivenza.

Questi esseri umani, a differenza di quelli che li avevano preceduti (ad esempio i Neandertaliani) possedevano una intelligenza superiore che li rese i signori indiscussi di quel mondo selvaggio. Ovviamente, in un’epoca in cui ogni giorno vissuto era il frutto di una vittoria nei confronti della natura, la spiccata intelligenza del sapiens era particolarmente dedicata a migliorare le attività legate al prelievo venatorio, per recuperare cibo, pellame per coprirsi e costruire ripari e trovare i tendini per costruire strumenti e armi.

In questo contesto, gli incontri con gli ultimi Neanderthal dovevano essere frequenti. Loro così forti e possenti, cacciatori di forza incredibile, vennero soppiantati dalla nostra specie, l’unica sopravvissuta, grazie alla nuova organizzazione sociale e alle migliori tecniche di caccia. Il loro sostentamento era garantito infatti dalla caccia e dalla pesca e il prelievo venatorio continuo richiedeva ampi spazi in cui cacciare. Infatti, territori immensi (migliaia di ettari) potevano garantire la sopravvivenza solo di piccoli gruppi di cacciatori e raccoglitori e la pressione costante e incessante dei sapiens nei confronti dei “cugini” neandertaliani,  causò, pian piano, lo schiacciamento di questi ultimi ai margini del continente europeo, fino alla loro definitiva estinzione. Le nuove metodologie per il prelievo venatorio importate dai sapiens (sia in senso tecnico che organizzativo), risultarono vincenti rispetto a quelle più primitive delle popolazioni di Neanderthal che, quindi, dovettero soccombere dinnanzi alla “modernità” dei nostri antenati.

L’arte e gi aspetti simbolici

La caccia era quindi così importante, fondamentale, che anche le credenze religiose erano incentrate a ingraziare divinità per riuscire al meglio durante l’attività venatoria. La caccia e la pesca erano pane quotidiano, e gli stessi animali che fornivano cibo e sostentamento per la comunità diventavano divinità da venerare e rispettare. A Grotta del Romito, nel Parco del Pollino, in Calabria, in un riparo sotto roccia frequentato per millenni dai nostri antenati, è incisa una imponente figura di bisonte preistorico.

Questa maestosa rappresentazione di bos primigenius – preistorico antenato del nostro bue –  circondata da sepolture, sembra rappresentare proprio un antico totem, una immagine da venerare e rispettare. Questa enorme incisione si inserisce in un filone artistico tipico dell’arte europea e presenta caratteristiche similari a altre figure presenti in altre grotte francesi e spagnole.

L’arte, quindi, come accade ancora oggi, rappresenta immagini di vita vissuta. Le scene di caccia sono quindi moltissime e uomini armati di archi e frecce ci vengono rappresentati nell’atto di prelevare cavalli, cervi, bisonti o altri animali preistorici. È molto interessante, inoltre, osservare scene di uomini in caccia che, in alcuni casi, sono associate a immagini che sembrano addirittura rappresentare reti da usare durante la caccia. Esistono poi figure di animali preistorici, modellati nell’argilla o disegnati sulle pareti delle spelonche, ritratti feriti e colpiti dalle frecce. Si tratta, secondo gli studiosi, di momenti magico – religiosi in cui i cacciatori preistorici abbattevano simbolicamente le loro prede durante lo svolgimento di rituali complessi.

Prelevare simbolicamente un animale diventava un gesto propiziatorio per l’inseguimento e l’abbattimento della selvaggina. Presso Grotta Lascaux (definita la Cappelle Sistina della preistoria) le bellissime immagini di un cavallo selvatico e di un bisonte sono rappresentate colpite da frecce.

Il Cavallo della grotta di Lascaux

A Grotta di Montespan, sempre in Francia, la figura di un altro cavallo è stata colpita con segni profondi che ne simulano proprio ferite di caccia. Attestazioni di questo tipo non mancano anche in Italia. A Grotta Polesini, a Ponte Lucano, vicino Tivoli, è stato rinvenuto un ciottolo in pietra sul quale è incisa l’immagine di un canide (probabilmente un lupo) ricoperto di coppelle incise che sembrano rappresentare proprio ferite di caccia. Gli esempi qui elencati, come molti altri rinvenuti nei siti dagli archeologi, sono classificati proprio come pratiche di “magia venatoria.

L’attenzione posta ai defunti è poi un aspetto straordinario legato a questa specie umana. Anche se i primi a prendersi cura dei propri morti erano stati i neandertaliani, è con l’uomo sapiens che diventa una pratica largamente utilizzata. È proprio in queste antiche sepolture che continuiamo a trovare traccia dell’importanza dell’attività venatoria. Strumenti da caccia, come le taglientissime schegge in selce, zagaglie in osso o corno o palchi e ossa di animali vengono appositamente lasciate all’interno delle fosse di sepoltura. Questi, probabilmente, rappresentavano doni per coloro che, durante la loro esistenza, erano stati cacciatori formidabili e, grazie alle loro attitudini venatorie, avevano contribuito al sostentamento della tribù. Praticamente qualsiasi attività, anche la più astratta, come l’arte e i riti funerari, è ricollegabile in qualche modo all’attività venatoria.

Le innovazioni tecnologiche e la caccia

Abbiamo accennato alle nuove capacità adattative del sapiens e abbiamo già anticipato come in alcune grotte siano rappresentati uomini nell’atto di scagliare frecce e siano disegnate reti per la caccia. E queste raffigurazioni ci narrano solo in parte delle nuove invenzioni e strategie venatorie.

Rispetto ai cacciatori Neanderthaliani, dotati di forza straordinaria e in grado di affrontare enormi bestie preistoriche corpo a corpo, come ci testimoniano le numerose fratture rinvenute sui loro scheletri, il sapiens utilizza l’intelligenza per riuscire a trovare modi differenti, più fruttuosi e meno pericolosi per procacciarsi il cibo.

Le invenzioni più significative riguardano certamente il propulsore e, successivamente, l’arco. Si tratta di due scoperte che davano la possibilità di lanciare, anche a grandi distanze, proiettili di legno sui quali erano innestate taglienti punte di pietra o in osso (zagaglie). L’attività venatoria era quindi molto meno pericolosa perché dava la possibilità di evitare scontri diretti con gli animali.

Il propulsore, la prima invenzione in grado di garantire una gittata e una potenza maggiore alle frecce dei cacciatori preistorici, consisteva in un bastone munito ad una estremità di un gancio, sul quale veniva innestato un proiettile da scagliare. La forza del solo braccio del cacciatore veniva maggiorata della lunghezza del propulsore, che agendo come una leva, imprimeva ancor più velocità alla freccia che le conferiva forza di penetrazione e gittata superiori.

L’archeologia sperimentale, quella disciplina storica che si occupa di verificare, riproducendole, le tecniche costruttive e le pratiche di vita del passato, ha dimostrato come l’utilizzo del propulsore prima e dell’arco successivamente, ha rivoluzionato le capacità di catturare prede in modo più sicuro e, quindi, maggiori possibilità di sopravvivenza. Dell’arco si è parlato in lungo e in largo ma al momento non abbiamo datazioni certe per l’invenzione di questa straordinaria arma. Certamente è una invenzione attribuibile all’uomo sapiens. Su alcune grotte è largamente rappresentato l’utilizzo di questo strumento durante l’attività venatoria. Proprio in Italia, rispetto a questo tema, è famosa la rappresentazione, presso la Grotta dei Cervi di Porto Badisco, nel Salento, di alcuni uomini che cacciano, utilizzando archi preistorici, proprio esemplari di cervo.

Gli albori della cinofilia

Il cane, lo si sa, è il migliore amico dell’uomo, ma è proprio durante il paleolitico, in un qualche momento della nostra antichità, che avvengono i primi incontri tra qualche lupo un po’ troppo curioso e attirato dagli scarti dei pasti e i nostri antenati.

Inizialmente, in più epoche e luoghi in contemporanea, qualche cucciolo deve essere stato  catturato e “addomesticato”. Inizialmente, in modo utilitaristico, uomini e cani devono aver agito senza un vero “collegamento”. I cani/lupi si nutrivano dei resti dei pasti umani e, allo stesso tempo, dovevano rappresentare delle utilissime sentinelle nei pressi degli accampamenti. Inoltre, l’olfatto del cane durante la caccia doveva servire a rintracciare con maggiore facilità, come avviene ancora oggi, le prede da cacciare. A fine caccia, di sicuro, gli scarti delle prede erano certo un facile boccone per gli antenati dei nostri ausiliari che fungevano, allo stesso tempo, da veri e propri spazzini degli accampamenti.

In quello che viene definito uno dei siti preistorici europei più importanti, la Grotta di Chauvet, nella Francia meridionale, sono state individuate impronte di un bambino seguite da quelle di un cane. Una immagine veramente suggestiva che ci riporta a un passato remoto in cui, un piccolo cacciatore preistorico, forse nell’atto di compiere qualche rituale magico per propiziarsi una divinità antica legata al mondo venatorio, viene accompagnato, nell’oscurità dei meandri di una grotta buia e umida, dal suo fedele amico e compagno di caccia. Una immagine sfocata e suggestiva che ci riporta agli albori del cammino che ha condotto l’uomo e i suoi ausiliari a diventare il cacciatore che è oggi.

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5ommenti

  1. Complimenti all’autore di questa bellissima storia umana ! Sarebbe poterla farne materia di studio dalle ; elementari ad arrivare all’università. Fare conoscere finalmente cosa era la caccia e fare comprendere a tutti che se oggi non è così indispensabile, resta comunque legata ai cacciatori attuali nel loro DNA che non potrà mai essere cancellato, al contrario
    possa risvegliare i giovani a comprendere e valutare meglio la simbiosi che lega gli animali e l’uomo in stretto contatto l’uno con l’altro. nanni rabbò

  2. Complimenti! Un articolo profondo con una interessante tessitura narrativa sul tema caccia e preistoria, elaborato da un appassionato di caccia ma al tempo stesso studioso di discipline antropologiche e paleontologiche. Ciò dimostra che la passione venatoria spesso è legata a uomini di cultura e di indubbia sensibilità artistica ( vedi Giacomo Puccini, Beniamino Gigli, a tacer d’altri). Potrebbe benissimo essere ospitato in trattazioni scientifiche di paleontologia e archeologia, ad uso dei cultori della materia.
    Grazie per questo stimolo culturale

    1. La ringrazio molto per i complimenti. Spero di riuscire a stimolare interessamento verso la materia, a “regalare” qualche pillola di curiosità e, di conseguenza, a divulgare le mie conoscenze da archeologo per i lettori di IoCaccio. Credo fortemente che la conoscenza del nostro passato sia di fondamentale importanza per riuscire a “maneggiare” il presente.

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