La caccia in Etruria

La caccia ai tempi degli Etruschi era praticata abitualmente da tutte la classi sociali. Gli studi archeologici e l'arte funeraria ci raccontano quanto questa attività fosse radicate nella società

L’Italia antica, nel periodo che va dal VII al I sec a.C., precisamente in un’area che comprende le regioni dell’Italia centrale e una parte della costa Campana e della Pianura Padana, era abitata dal leggendario popolo etrusco. Di questa civiltà è stato scritto e raccontato moltissimo già a partire dal 1700. Ma la curiosità per questa popolazione ha origini ben più profonde che partono addirittura dal Rinascimento. In questo periodo, infatti, rinvenimenti sporadici di tombe sotterranee ricche di monili e vasellame alimentarono leggende e un crescente interesse sull’Etruria. Ad accrescere il mito su questo popolo contribuì il fatto che gli Etruschi ebbero un ruolo fondamentale anche nella fondazione di Roma. Di origine etrusca erano infatti Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo, ultimi dei sette Re di Roma, e che regnarono sull’Urbe per circa un secolo. Inoltre, della produzione scritta in etrusco non ci è pervenuto nessun testo letterario e, anche questo aspetto, ha alimentato nei secoli un alone di mistero intorno a questo popolo.

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Oggi le nostre conoscenze sono molto più approfondite e i musei sono ricolmi di reperti archeologici come armi, vasellame e urne funerarie di altissimo pregio artistico e valore storico. La ricerca ha fatto un grande balzo in avanti, e gli studiosi sono riusciti a ricostruire usi, costumi, credenze e stili di vita delle genti d’Etruria.

Gli Etruschi erano innanzitutto agricoltori che vivevano in un contesto ambientale incontaminato e selvaggio ricco di boschi, fiumi, laghi, prati e colline dove la selvaggina non mancava di certo. L’attività venatoria e la pesca, in un ambiente praticamente vergine, in cui gli uomini seguivano l’andamento naturale delle stagioni vivendo dei prodotti della terra, erano quindi praticate quotidianamente e da tutti gli strati della società.

Gli studi, l’archeologia

Come sappiamo, la maggior parte delle nostre conoscenze sul passato provengono dalla lettura dei testi antichi e, soprattutto per i periodi più remoti, dalle ricerche svolte sul campo, gli scavi archeologici. Da questi ultimi è possibile recuperare i resti faunistici e, tra questi, gli archeozoologi (gli archeologi che studiano i resti ossei animali) sono in grado di distinguere le ossa di animali allevati da quelli della selvaggina cacciata per scopi alimentari.

Gli scavi etruschi restituiscono per l’appunto resti di luculliani banchetti a base di cacciagione. Rinvenimenti più rari, ma non rarissimi, riguardano le attrezzature per la caccia realizzate in metallo, che non dovevano differire tanto da quelle usate per la guerra. Per quanto riguarda fionde, bastoni, reti e archi le testimonianze sono indirette e riguardano pitture e bronzetti. Sappiamo, ad esempio, perché raffigurato in numerose immagini, che per cacciare le lepri gli Etruschi utilizzavano un particolare bastone ricurvo all’estremità, detto lagobolon (da lago = lepre / bolon = lancio).

In relazione allo studio dei testi, alcuni autori latini narrano di come l’arte della caccia fosse largamente praticata tra le genti etrusche. Tra questi ricordiamo il filosofo romano Claudio Eliano (vissuto a cavallo tra il II e il III secolo) che descrive, con dovizia di particolari, come si svolgevano le battute di caccia:

I cacciatori sistemano intorno le reti e tutti gli altri accorgimenti che attirano gli animali. Uno di loro, esperto nell’uso del flauto, cerca di trarre dal suo strumento i suoni più armoniosi e intona i più dolci motivi musicali (…) e così, poco a poco, i cinghiali e i cervi dell’Etruria, come trascinati da un suadente, soggiogati dalla musica, finiscono per cadere nelle reti”.

Questo passo, certamente suggestivo, ci racconta che gli Etruschi erano soliti utilizzare reti per incarnierare gli animali spinti dai battitori e che questi, coadiuvati dai cani, suonavano i flauti (aulos) per spingere la selvaggina nelle trappole. La testimonianza risulta ancora più significativa se si pensa al fatto che descrive cacce agli ungulati svolte in forma collettiva e fa capire quanto antiche siano le radici della tradizionale caccia al cinghiale nel centro Italia.

Le necropoli e l’arte funeraria

Un aspetto fondamentale che ha aperto le porte alla conoscenza di questa civiltà, è quello che riguarda le indagini svolte sui riti funerari e, di conseguenza, gli scavi archeologici delle tombe. Per gli Etruschi, infatti, la vita dopo la morte prosegue nell’aldilà e il defunto, per trascorrere al meglio la nuova “esistenza” nell’Ade ha bisogno della vicinanza dei cari e di oggetti personali. Per queste ragioni, le necropoli (città dei morti) sono strutturate come veri e propri villaggi in cui le singole tombe, costruite in pietra in ambienti sotterranei e piene di oggetti, rappresentano le dimore dei singoli nuclei familiari.

In molte tombe si sono inoltre conservati affreschi raffiguranti scene di vita quotidiana e rappresentazioni simboliche di enorme pregio. Proprio perché rappresentazioni della vita di ogni giorno si costituiscono come elementi di straordinario valore storico. Come dicevamo, la caccia e la pesca erano abitualmente esercitate da tutte le classi sociali e come tali erano anch’esse oggetto di rappresentazione. Sia ritratte nelle pitture tombali che scolpite sulle urne funerarie, sono presenti immagini legate al mondo venatorio e, analizzandole, riusciamo a comprendere quanto queste attività fossero radicate nella società. Le narrazioni raffigurano sia le gesta di cacciatori straordinari che affrontano belve mitologiche, sia immagini più “terrene” di uomini di ritorno da fruttuose battute di caccia.

In alcune tombe sono inoltre raffigurate decine di specie di animali. Oltre alle selve mostruose di tradizione mitologica, sono presenti le lepri, gli ungulati, ma soprattutto molte specie di volatili. Tra queste, a Tarquinia, sono dipinti con dovizia di particolari la pernice rossa nella Tomba del Triclinio e i piccioni selvatici nella Tomba della Scrofa nera (entrambe V sec. a.C.) che testimoniano come gli stessi artisti a cui erano state commissionate le opere conoscessero da vicino l’avifauna disegnata. Basta osservare la livrea per capire che gli artisti non erano solo esecutori distaccati ma, al contrario, profondi conoscitori degli animali rappresentati.

Piccioni selvatici dalla Tomba della Scrofa nera
Pernice dalla Tomba del Triclinio

Per quanto concerne gli anatidi è necessario soffermarsi maggiormente sul capolavoro artistico della Tomba del Cacciatore. Si tratta di una struttura risalente al VI secolo a.C. il cui proprietario, appassionato di caccia agli acquatici, aveva voluto trasformare la sua tomba, il luogo dove trascorrere l’eternità nel migliore dei modi possibili, nel suo capanno di caccia. Entrare in questo ambiente vuol dire essere catapultati in una battuta di caccia di 2500 anni fa. Sulle pareti è ricostruita la struttura lignea che sorregge la tenda e alla paleria sono appesi alcuni germani.

Tomba del Padiglione della caccia di Tarquinia

Un’urna funeraria in calcare, conservata al British Mueseum ma proveniente dal territorio di Chiusi (V sec. a. C.), raffigura due cacciatori armati di lagobolon e lancia intenti a strappare una lepre appena abbattuta dai morsi dei cani giunti sulla preda. La naturalezza con cui è rappresentata la scena ci fa pensare che lo stesso artista deve aver assistito a un avvenimento del genere almeno una volta nella vita.

Urna di Chiusi al British Museum

Non poteva mancare nel nostro racconto la splendida Tomba della Caccia e della Pesca (Tarquinia VI sec a.C.). Qui ci troviamo di fronte a un sepolcro con pitture di eccezionale pregio artistico dove il tema della caccia, come specificato proprio nel nome stesso, è centrale. Sul timpano della porta d’ingresso alla camera sono rappresentate scene di caccia alla lepre con copiosi carnieri e alcuni cani, i progenitori dei nostri segugi, in fase di accostamento.

Sulla parete di fondo, quattro uomini in barca pescano in un mare dove saltano i delfini e a destra un uomo caccia uccelli con la fionda. Sulla parete di destra un altro uomo, sempre armato di fionda, insidia gli uccelli acquatici (forse folaghe) mentre un altro pescatore è armato di arpione. Sulla parete di sinistra è invece raffigurata la famosissima scena del tuffatore. Tutta la tomba è decorata per rappresentare una vita all’aria aperta in una ambiente naturale stracolmo di animali liberi. Oltre al mare dove saltano i delfini, sulla volta, che rappresenta il cielo, ma anche sulle pareti, sono disegnate decine di uccelli liberi in volo.

Tomba della caccia e della pesca di Tarquinia

Quello che queste rappresentazioni ci raccontano è che per gli Etruschi il paradiso era immaginato come un luogo dove trascorrere l’eternità svolgendo attività all’aria aperta, in un ambiente incontaminato e selvaggio del tutto identico a quello conosciuto in vita. Noi uomini moderni, invece, tra velocità e progresso tecnologico, abbiamo perso il contatto con l’ambiente naturale e distrutto il nostro Eden.

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