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La Peste Suina Africana arriva in Piemonte e Liguria. Divieto di caccia in 78 Comuni

Un caso confermato a Ovada e altri due in via di accertamento. La zona infetta dovrebbe toccare 78 Comuni, in cui è già stato raccomandato di non svolgere nessun tipo di attività venatoria

La Peste Suina Africana è riapparsa in Italia, più precisamente in Piemonte a Ovada, nell’alessandrino, dove in settimana è stato ritrovato un cinghiale morto, affetto da PSA. Dopo i primi esami effettuati dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta (IZSPLV), la conferma è arrivata dal Centro di Referenza Nazionale per le pesti suine (CEREP) dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Umbria e delle Marche.

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E questo non sembra essere l’unico caso, infatti, l’IZSPLV ha già individuato altri due carcasse affette da peste suina, uno a Franconalto sempre nell’alessandrino e l’altro a Isola del Cantone, in Liguria, provincia di Genova. A inizio della prossima settimana per questi due casi è attesa la conferma dal CEREP.

Che cos’è la Peste Suina Africana e come si trasmette

La Peste Suina Africana è una malattia infettiva, causata da un virus appartenente al genere Asfivirus, che colpisce i suidi selvatici e domestici. Non è trasmissibile all’uomo che quindi non corre alcun rischio, ma è altamente contagiosa, e spesso letale, per cinghiali e maiali.

Si tratta di un virus molto stabile e resistente che mantiene la propria infettività per diversi mesi, sia nell’ambiente esterno che nelle carcasse abbandonate o nella carne conservata. Viene inattivato solo dalla cottura e da specifici disinfettanti.

Si può trasmettere sia per contatto diretto tra animali infetti (morti o malati) e sani, sia per via indiretta, ad esempio, qualora carni infetti (o prodotti derivati) siano dati come alimento a cinghiali o maiali. Essendo molto stabile e resistente, anche gli indumenti, i veicoli e le attrezzature venute a contatto con carni infette possono veicolare il virus.

Se l’uomo non corre alcun rischio, un’epidemia di PSA potrebbe avere, invece, pesanti ripercussioni sul commercio delle carni suine italiane, con la possibilità che alcuni Paesi arrivino ad imporre il divieto d’importazione su tutti i prodotti suini provenienti dall’Italia.

L’epidemia in Europa e in Italia

Il virus apparso in Piemonte potrebbe derivare dall’epidemia di Peste suina africana esplosa nel 2014 in alcuni Paesi dell’Est Europa, causata da un ceppo virale particolarmente contagioso e definito come genotipo II (attualmente si conoscono 23 genotipi del virus che causa la PSA, che variano per virulenza). Da allora la malattia si è diffusa in vari paesi europei e allo stato attuale sono stati registrati focolai di PSA nei suini e nei cinghiali in Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Ungheria e Bulgaria, mentre in Germania sono stati colpiti solo i cinghiali, come in Belgio e Repubblica Ceca dove però si è riusciti a eradicare la malattia.

In Italia, il virus è apparso la prima volta nel 1967, causando l’abbattimento di 100.000 suini fra Lazio, Umbria e Pianura padana. È ripresentato poi nel 1978 in Sardegna, dov’è ancora attualmente presente. Sull’isola, dove il virus è di genotipo II (meno virulento di quello arrivato dall’Est Europa), è in atto un piano di eradicazione che negli ultimi ha fatto registrare un costante e netto miglioramento della situazione epidemiologica e che lascia sperare in una imminente eradicazione.

Il Piano nazionale di sorveglianza e prevenzione

Con questo scenario europeo, la possibilità che il ceppo virulento di peste suina potesse arrivare anche in Italia non era trascurabile. Per questo dal 2020 il nostro paese ha elaborato un Piano nazionale di sorveglianza e prevenzione, che aveva proprio l’obbiettivo di preparare il territorio nazionale al precoce rilevamento dell’eventuale ingresso del virus.

Il piano prevede una serie di misure per gestire una possibile emergenza. In particolare, nel caso del ritrovamento di un cinghiale infetto, dovranno essere delimitate una zona infetta e una zona di sorveglianza, tenendo conto della continuità dell’areale di distribuzione del cinghiale e la presenza di barriere naturali o artificiali.

Nelle due zone devono essere messe in atto una serie di azioni per evitare il progredire dell’infezione. In particolare, nella zona infetta viene vietato l’ingresso al pubblico, vengono sospese tutte le attività, come caccia, raccolta e lavorazioni forestali e viene attuate un puntuale recupero delle carcasse. Nella zona di sorveglianza, che funge da zona cuscinetto, oltre alle misure di controllo dovranno essere attivate misure quali abbattimenti e applicazione di recinzioni, volte a ridurre la circolazione dei cinghiali.

Probabile divieto di caccia in 78 Comuni

Da quanto sappiamo l’area infetta sarebbe già stata individuata dal Ministero della Salute e dalle Regioni Piemonte e Liguria, e coinvolgerebbe 78 Comuni. Per l’inizio della prossima settimana il Ministero dovrebbe emanare l’ordinanza con cui individua i Comuni interessati e le misure da mettere in atto.

Nel frattempo, sia la due regioni Piemonte che hanno chiesto che nei Comuni interessati venisse sospesa ogni forma di caccia. Una misura che si rende necessaria per evitare la dispersione di animali eventualmente infetti nei territori limitrofi.

La richiesta è stata prontamente raccolta dai comitati di gestione degli ATC piemontesi e Liguri in cui ricadono i Comuni interessati, che hanno raccomandato ai propri iscritti d’interrompere ogni attività di caccia già a partire da sabato 8 gennaio. A questi link trovate i comuni in cui gli Ambiti territoriali di caccia hanno dato indicazione di non cacciare, ATC Genova 1 Ponente, ATC Genova 2 Levante, ATC Savona 1, ATC Alessandria 3 e ATC Alessandria 4.

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