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Le origini delle armi a canna rigata: un viaggio dal 1400 al 1900

Quando e come è nata l'idea di praticare una rigatura nella parte interna di alcuni fucili? A che cosa si pensava potesse servire? Scopriamolo assieme

Altissime prestazioni sotto ogni punto di vista. Precisione millimetrica, lunghissime distanze e velocità impensabili. I fucili che rappresentano la massima espressione balistica ad uso venatorio, ma anche militare e sportivo, devono tutto questo sostanzialmente a una caratteristica che ha rivoluzionato totalmente e per sempre la balistica: la rigatura della canna. Non ci sono altre specifiche (materiali, tipo e forma dei proiettili, miscele di polveri, bossoli in acciaio, meccanismi di funzionamento e molto altro ancora) che, per quanto peculiari, non siano secondari e conseguenti a questo.

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Ma quando e come nacque l’idea di praticare una rigatura nella parte interna (anima della canna, in gergo) di alcuni fucili? A che cosa si pensava potesse servire?

Una storia che inizia nel 1400…

Non ci sono moltissime fonti al riguardo ma con una certa sicurezza possiamo affermare che i primi esperimenti risalgono addirittura al 1400 quando si iniziò a sperimentare una rigatura che a quel tempo era costituita da scanalature semplicemente dritte.

In effetti, inizialmente la loro utilità non era pensata in termini balistici ma molto probabilmente ci si aspettava che potesse svolgere una funzione più spiccia e meccanica per quanto estremamente importante e vitale: al momento del caricamento, allora ad avancarica, le scanalature interne permettevano di avere meno attrito tra la palla e le pareti della canna.

Teniamo presente che a quell’epoca si utilizzava polvere nera che produceva una gran quantità di residui i quali, accumulandosi, rendevano le operazioni di ricarica particolarmente complicate. Poiché l’impiego dei fucili era principalmente a uso militare, è facile intuire come tale disagio potesse determinare le sorti della vita di molti soldati nonché l’esito stesso di una battaglia.

Quindi, l’intuizione iniziale fu questa: le rigature dritte praticate all’interno delle canne dei fucili da guerra permettevano di smaltire meglio i grumi di residui prodotti dallo sparo e agevolavano la ricarica dei proiettili di forma rotonda.

Un salto di 3 secoli per arrivare a Benjamin Robins

Le cose non subirono grosse innovazioni o variazioni per almeno tre secoli, perché non si trovano in letteratura notizie di cambiamenti fino ad arrivare almeno al XVIII secolo, quando le rigature iniziarono a essere pensate come innovazione balistica.

Fu Benjamin Robins, un matematico inglese dedito allo studio e al miglioramento delle armi militari, che dimostrò nel suo trattatoNew principles in gunnery del 1742 che un proiettile di forma allungata cui si imprima una rotazione lungo il suo stesso asse sia in grado di mantenere la rotazione impressa più a lungo di uno sferico.

Da questo esatto momento si intuì qualcosa che oggi diamo per scontato ma che fino ad allora non erano stato considerato: sfruttando l’effetto giroscopico di proiettili di forma allungata che ruotavano lungo il proprio asse si riduceva fin quasi a ridurlo a zero l’effetto Magnus che fa si che un proiettile di forma sferica che ruoti su stesso inneschi un fastidioso processo aerodinamico per il quale la massa d’aria che investe il proiettile sferico nel suo tragitto ne modifica la traiettoria in modo anche molto marcato facendo si che la precisione sia quasi inservibile già a poche decine di metri dalla volata. I proiettili allungati invece acquisivano più velocità, la mantenevano più lungo e dimostravano un’impensabile precisione.

La nascita delle canne rigate elicoidali

Fu così che i maestri armaioli dell’epoca capirono che era necessario praticare una diversa rigatura nell’interno delle canne: una rigatura che servisse a imprimere tale rotazione non poteva essere dritta bensì elicoidale.

E finalmente, gli strumenti a disposizione dell’industria nella prima metà dell’800 consentirono di percorrere questa strada. Si iniziarono quindi a praticare i princìpi (detti anche solchi o righe) con diverse varianti: il numero di righe singolo o multiplo, l’andamento (destrorso o sinistrorso), la profondità della riga (oggi per convenzione il calibro di un’arma è calcolato misurando il diametro tra i pieni della canna) e il passo di rigatura (1:8, 1:10, ecc..), ossia la lunghezza dell’anima intorno alla quale la rigatura compie un giro completo. Sono tutte caratteristiche legate a quelle del proiettile, della sua carica e dell’arma che lo utilizza e che in quei primi cinquanta anni del 1800 si studiò e adattò alle esigenze più disparate.

L’avvento della retrocarica

Oltre a questo, ci si rese conto che affinché il proiettile acquisisse il moto di rotazione doveva entrare con forte adesione all’interno della canna ed essere “forzato” nelle rigature: per questa ragione ancora oggi l’intero proiettile è in genere coperto da rame o da una lega morbida e al momento dello sparo i pieni di rigatura ne deformano la parte esterna imprimendogli il moto rotatorio.

Tutto questo stava aprendo la strada ai sistemi a retrocarica anziché ad avancarica, ossia modalità che permettessero una carica agevole dalla culatta e lo scorrimento del proiettile nella canna solo in direzione della fucilata e dopo l’esplosione della carica di lancio.

L’entrata nella contemporaneità

Dal 1884, con l’invenzione della polvere infume da parte del chimico francese Paul Marie Eugène Vieille, eravamo già entrati nella contemporaneità: polvere infume, proiettili ogivali, fucili a retrocarica e rigatura elicoidale anziché dritta.

Giusto per dare un riferimento di tutto ciò che stiamo descrivendo a grandi passi: se nella metà del ‘700 l’arma portatile più straordinaria era costituita da un Brown Bess a pietra focaia o da un archibugio con innesco ad acciarino, nel 1848 cacciatori e militari avevano a disposizione il leggendario fucile Sharps con sistema di retrocarica a blocco cadente, canne rigate e proiettili in calibri moderni (45-70 su tutti) che permettevano di abbattere con precisione orsi e bisonti a oltre 500 metri di distanza.

Il leggendario fucile Sharps, qui in un’edizione del 1859 conservata nel Museo Nazionale di Storia Americana dello Smithsonian Institute

E nel 1866 Winchester presentò la sua prima carabina a ripetizione a leva mod.1866 “Yellow Boy” in grado si sparare con grande precisione fino a 15 colpi consecutivi dal calibro .22 al potente 50-110 express passando per i leggendari 30-30, 44-40 e molti altri ancora.

Il famoso Winchester Model 1866, conosciuto anche come “Yellow Boy”

Per capirci, questi due fucili rigati ancora oggi potrebbero dire la loro in molti contesti di tiro sportivo o di caccia anche molto impegnativi. E infatti da quel momento in poi entriamo nella modernità delle armi da fuoco; sotto quell’impulso gigantesco ancora oggi si susseguono aggiustamenti e perfezionamenti ma le basi teoriche e tecniche erano gettate e lì saldamente ancora restano.

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