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Luci e ombre sul giorno dopo

Quanto può essere forte il legame fra cane e cacciatore? Se il cane in questione è quello che ti ha introdotto alla caccia, il legame può essere fraterno, indissolubile. E quando questo legame si spezza non ci resta che godere dei momenti vissuti insieme

Perdere un ausiliare non è semplice, specialmente se è colui che ti ha svezzato dal punto di vista venatorio. Fai fatica a capacitartene anche se aveva quasi dodici anni e dovevi aspettartelo più prima che poi. Da un momento all’altro le zampe non gli reggono più e il cuore ti va in frantumi. Come un montante andato a segno ti ritrovi a piangere, abbracciando i suoi due allievi sotto la fredda pioggia di novembre. Loro due saranno il motivo per ripartire, tornare a fare levatacce per prendere i “posti buoni” e per ri-innamorarsi della caccia, della fucilata e del dopo, quel dopo che unisce caccia e famiglia, bosco e tavola, ausiliari e cacciatori.

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Abbracci fortificanti

Ero un ragazzino come tanti. Ero follemente innamorato del calcio. Non mi accontentavo di tifare Milan e seguire il campionato italiano. Amavo il “calcio totale” delle squadre olandesi nell’Eredivisie, l’imprevedibilità della Championship inglese e le storie che si celano dietro al “futbol sudamericano”. Perdevo ore e ore a seguire il Santos di Neymar, gli ultimi sprazzi del Boca di Palermo e Riquelme, le sfide infinite tra Ajax e PSV. Amavo vedere il calcio e amavo tutto ciò che i telecronisti raccontavano durante le partite. La passione era tanta e decisi anch’io di giocare a pallone.

Molti miei amici, o presunti tali, ci giocavano e mio papà era appena andato in pensione, potendo quindi scarrozzarmi per tutta la provincia pavese. Avevo oramai una decina d’anni e per le dinamiche moderne ero già troppo vecchio per incominciare a giocare a pallone. La voglia, però, era tanta e mi iscrissi lo stesso. Mi piaceva allenarmi, davo il massimo per provare a conquistarmi un posto per la partita del Sabato pomeriggio anche se, quando arrivava il mio turno, o per la troppa tensione o per la paura di sbagliare, finivo per crollare e fare la figura dello scarpone. I miei  compagni, o per meglio dire “quelli con la mia stessa maglia”, erano avversari sotto travestimento. Temevo più loro che quelli del settore giovanile del Milan… Loro mi vedevano in difficoltà e ridevano. Noi si perdeva quasi sempre e loro, quasi per trovare un capro espiatorio mi passavano sassate sui piedi o lenti buffetti che mi trovavano spesso impreparato. Ero una sorta di spugna per tutti i loro problemi quotidiani, che mascheravano dietro alle loro scarpe firmate e a falsi sorrisi. C’era il frustrato che aveva i genitori divorziati, c’era il figlio di papà che aveva tutto senza meritare niente, c’era lo studente modello, sul quare i genitori avevano puntato tutto, che non reggendo le forti pressioni buttava alle ortiche un possibile futuro nel rettangolo verde dietro a droga e sigarette. Intanto gli amici venivano meno e per me era una sofferenza anche solo andare al campo ad allenarmi. L’unica mia forza era quel cagnolone di quasi quaranta chili che, ogni volta che mi vedeva, mi dedicava sempre uno dei suoi sorrisi, mi leccava il faccione e si faceva coccolare accucciandosi sulle mie gambe.

Lui faceva felice anche mio papà e i suoi amici a caccia. Erano andati insieme in Crimea a beccacce e avevano goduto entrambi. Io ero piccolo e non ne capivo granché il senso, non vedevo cosa ci fosse di bello nel girare per giorni nei boschi senza trovare nulla per giorni. Poi col tempo lo capii. A spiegarmelo fu proprio lui, quello Spinone bianco-arancio di quasi quaranta chili che mi dava forza come un fratello con i suoi sorrisi e le sue feste. Me lo fece capire con una lezione delle sue, come un vero Maestro. Da quel giorno andai sempre più spesso a lezione con lui e grazie alle sue mirabolanti spiegazioni capii di essere anch’io un cacciatore.

Lacrime e risate

Ero sull’argine di Po. Stavo rientrando alla macchina con Caio al guinzaglio, fucile in spalle e un fagiano nella cacciatora. Stava facendo sera e una macchina mi raggiunge. Era un vecchio cacciatore di Po con oltre sessanta licenze sulle spalle e qualche acciacco di troppo, uno che ha usato la spingarda e che ha cacciato per fame. Si chiama Franco e parliamo un po’ di caccia, lavoro e cani. Arriva quel momento, quella fatidica domanda: “E allora è vero che il Bianco è morto?” Franco chiamava così Orso per via del suo mantello. Loro avevano cacciato insieme per anni. Il Bianco gli aveva fermato e riportato diversi fagiani, qualche anatra nel Reale e forse anche una beccaccia. Mi faccio forza e gli racconto gli ultimi giorni del mio fratellone. Chiudo raccontando a Franco (e anche a voi) l’ultima opera d’arte del mio Maestro.

Orso, tre settimane prima di morire, con una zampa fuori uso e un’altra messa male, durante una sessione di addestramento del piccolo Vasco con quaglie gabbiarole, vede una quaglia buttarsi di rimessa e con calma le si avvicina e con tanta fatica si alza e la ferma, la rispetta, si fa guinzagliare da mio papà. Intanto lo raggiunge Vasco che si mette in ferma anche lui, dimostrando carattere e di avere buon naso.

L’ultima ferma di Orso, assieme a Vasco e a mio padre.

Franco abbassa la testa, ha le lacrime agli occhi. Io faccio lo stesso perché anche il mio viso comincia a bagnarsi di lacrime. Ci vergogniamo entrambi di mostrarci deboli ma in fondo entrambi siamo contenti perché abbiamo capito e vissuto la grandezza di quel cagnone. Mi saluta augurandomi un grande in bocca al lupo per tutto. Vorrebbe cacciare ancora anche lui ma le gambe gli fanno male e allora si consola guardando la sua golena, che tanto gli ha regalato, standosene seduto sul suo fuoristrada. Anch’io lo saluto e ci diamo appuntamento per febbraio, quando ci troveremo per parlare della caccia con la spingarda e molto probabilmente per ricordare anche il grande Orso.

La caccia è anche questo. Lacrime, gioia e dolori in un mix incontrollato e soprattutto imprevedibile.

Ciao caro Orso.

P.S. Ieri sera ti ho sognato, eravamo a quaglie selvatiche nei nostri posti. Tu gli filavi dietro e loro partivano e si rimettevano. Ti vedevo felice e ciò ha reso felice anche me.

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