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Qualche tempo fà… a caccia di Barbare con Zazà

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Domani è un’altra Apertura, stessa zona e stesso cane della scorsa, Zazà, la mia setter, amica e compagna di tante avventure di caccia da ben sette anni.
Mai ad oggi ho avuto ausiliare più completo e collegato, una simbiosi “quasi” perfetta solo perché penso che la perfezione nel mondo animale non esista, siamo infatti portati a sbagliare.

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Il tempo è al meglio, i venti deboli da nord-ovest con la pioggia della scorsa settimana hanno bagnato la terra rinfrescando l’aria e proprio l’altro ieri ho avuto la conferma che la brigata c’è, ne ho contate diciassette, si muovono in fondo alla grande pianura, a ridosso dello strampo che al di sotto ci complicherà i piani.
E’ da sempre la loro roccaforte, rocce, pietre, rovi, cardo, cisto e lentisco alto e fitto, tutto in pendenza di costone e faccia al sole, dove le barbare, scaltre, cercano rifugio per la loro salvezza.

Siamo pronti, io e Zazà, da soli come sempre, domani ancora di più visto che il mio vecchio non se la sente. Non è al massimo e preferisce stare a riposo. Mi mancherà anche la sola chiacchierata mattutina nel raggiungere la zona di caccia…
Stasera quindi a letto presto, la sveglia domani suona alle 04:00, saremo lì ancora al buio ad aspettare l’alba.

L’attrezzatura è pronta sulla sedia del soggiorno, come ogni vigilia di caccia ho preparato con ordine tutto il necessario, l’abbigliamento, gli scarponi, lo zaino, i campani, la borsa frigo e… il Montefeltro, niente è lasciato al caso.
Apro gli occhi poco prima delle 04:00, l’adrenalina è tanta e con tutta calma inizio col prepararmi un buon caffè, poi una volta pronto prendo lo schioppo e si va a prendere la cagna.
Zazà sta ancora a casa del mio vecchio, nel suo giardino ad aspettarmi come sempre, e Lui a lamentarsi sempre del fatto che nonostante la curi, la alimenti, la porti a passeggio a guinzaglio… quando arrivo io, non lo riconosce più!
La sento mugugnare a distanza, è già seduta fuori dalla cuccia in attesa e non appena apro il box, come al solito pretende le coccole, poi via verso la macchina, si va a caccia finalmente.

La giornata è perfetta, il cielo stellato, l’aria fresca, meglio di così…
dopo circa cinquanta chilometri, l’ingresso a destra per la strada sterrata e dissestata che pian piano si inerpica sù per la grande pianura, quasi tutta da percorrere obbligatoriamente in prima e seconda, fino a raggiungere la piana e parcheggiare davanti all’ingresso di una vecchia mulattiera da tempo chiusa dalla vegetazione.
E’ buio pesto, l’aria ancora più frizzante vista l’altitudine, e il silenzio assoluto a farla da padrone… una situazione bellissima, indescrivibile, che solo chi conosce la poesia della caccia può capire e apprezzare.
Un altro caffè ancora caldo dal thermos, calzo gli scarponi, metto la cartucciera, qualche vivanda nella cacciatora, la borraccia dell’acqua, sfilo il Montefeltro dalla custodia, aggancio il guinzaglio alla cagna, e accesa la piletta maglite ad illuminarci la strada, prendiamo la via della vecchia mulattiera per arrivare al cancello di sopra che apre al territorio di caccia.
Slegato il doppio nodo con fiocco, apro e richiudo il cancello, pochi metri ancora e mi “accomodo” sulla poltrona di pietra in bella vista.
Fucile appoggiato sulle gambe, Zazà seduta al mio fianco, e aspettiamo il grande spettacolo dell’alba mentre accendo un’altra sigaretta… ancora fumavo tanto.

Le Barbare, condizionale permettendo, sarebbero a venti… trenta minuti di distanza, nella migliore delle ipotesi, ma potrebbero allargarsi nella pastura e quindi essere più vicino del previsto. Magari le sentiamo anche cantare, più o meno è l’ora è quella.
Silenzio, e calma, siamo a Caccia.

Zazà al mio fianco, di colpo si irrigidisce, tende le orecchie e si fa più attenta… ciò, ciò, ciò… ciò ciò ciò... sono loro, le pernici, non tanto lontane, la brezza del maestrale soffia leggera verso di noi portando il loro canto che lentamente diventa sempre più unito e forte. Si radunano per organizzare la giornata, ad iniziare dalla pastura.
Devo avvolgere il guinzaglio sul dorso della mano e tenere calma la cagna che vorrebbe andare, ma è ancora presto, la visibilità è buona per scrutare a malapena l’orizzonte, spararle con questa luce è molto difficile… volerebbero basse a sfiorare la macchia e sarebbe un’impresa inquadrarle nel mirino, mi è già successo… pecche di gioventù venatoria!!!
Penso a mio padre e a quante volte mi ha trattenuto predicando passièntzia e culu frimmu nel suo dialetto campidanese.

Sono le 06:20, ora sì, posso liberare Zazà, ho tutta la piana davanti a me, prima di arrivare al muro di confine e al successivo strampo abbiamo un po’ di strada da fare, buona nel frattempo anche per far scaricare la cagna, che si lancia tra stoppie, cardi e felci, roveti, cisto basso fitto e querciole sparse quà e là piegate a maestrale.
E’ la zona della piana migliore per la Lepre e la Quaglia, tanto che dopo una decina di minuti, anche se distante, vedo Zazà cambiare passo, rallentare e prendere il vento… fermarsi un attimo per conoscere la mia posizione, per riprendere poi con una galoppata sempre più lenta…che diventa poi filata…e infine ferma. Bassa tra stoppie e felci, vedo il bianco del groppone, mi avvicino e trovo subito dove piazzarmi, sono certo che siano Quaglie e infatti poco dopo si involano tutt’e due insieme, ho campo aperto e riesco nella coppiola.
Zazà vede e riporta la più lunga, l’altra la raccolgo da me e proseguiamo….

Sapendo di poter incappare nelle tracce della Lepre mi allargo un tantino per evitare che la cagna si trattenga nell’eventuale cerca dell’orecchiuta, magari ci ripasso al rientro, e scendo allora leggermente più in basso dove la piana è un po’ più scoperta dalla vegetazione e in prossimità del muro a confine risaliamo con la massima attenzione.
C’è da tagliare una fascia di querciole parallela al muro a secco, separata solo da una striscia di stoppie e cardo selvatico, e non appena esco al pulito vedo Zazà davanti a me bassa sul posteriore, testa alta, lenta lenta ma dritta verso il muro… il passo talmente felpato che sembra abbia perso il campano.
Sono loro, le barbare, ed è loro abitudine scavalcare il muro senza involarsi, andando via di pedina per alzarsi in volo oltre lo stesso muro e calarsi nello strampo poco sotto.
Con passo rapido riesco a piazzarmi proprio sopra il muro con la cagna ancora dietro, trovo la giusta stabilità… e aspetto.
Zazà con grande esperienza rallenta ancora, mi guarda, indietreggia lentamente, si allarga per prenderle di lato e chiude risalendo il muro lungo il bordo per bloccarsi poi a pochi metri da me.
Il grosso della brigata è già passato di sicuro, ma alcune sono rimaste dietro. Il tempo sembra essersi fermato, cosi come Zazà… poi ad un tratto dal fitto dei cardi e le felci il frastuono metallico delle ali di tre pernici che si alzano all’unisono e il fragore delle tre fucilate che seguono.
Inquadro la prima che centro con la seconda fucilata e sbaglio la seconda, per la terza è tardi… Zazà fà per andare a recuperarla ma si blocca ancora una volta e mentre chiudo l’otturatore del Montefeltro con la terza cartuccia, altre due pernici, sempre insieme, si involano saltando il muro.
Due stoccate di traversone sinistro, quello che preferisco… e una pernice che spiuma.. e cade.

Lascio godere il momento alla cagna e dopo averle recuperate mi fermo un attimo per alleggerirmi prima della faticosa discesa. Dentro il muro a secco lascio le due pernici, le vivande e la borraccia dell’acqua, quindi scavalchiamo per ribatterle più giù.

Lentamente ci avviciniamo allo strampo, la “camminera” per andare di sotto è ancora buona e stando attendo a dove mettere i piedi, proseguiamo. Davanti al primo cespugliato di rovi Zazà è in allarme, rallenta, torna sui suoi passi, risale, riscende, si fa strada tra il fitto della macchia e dopo pochi metri, coperta dalla vegetazione… silenzio!
La richiamo silenzioso…niente, è in ferma. Alle mie spalle un roccione, ci salgo subito sopra e in un attimo la pernice sfonda per involarsi a campanile, altra stoccata prima della piega per buttarsi ancora di sotto… ed è fatta… aspetto Zazà che non tarda a risalire dopo averla abboccata, la sistemo nella cacciatora e avanti, c’è posto per un’altra ancora.

Poco sotto lo strampo si apre in un canaletto fitto di lentischi e Zazà mi anticipa, sto guardando dove poter andare giù quando sento il frullo e allo stesso tempo il grido del maschio… ormai andato.
La cagna è tutta presa, si accerta di ogni traccia e la vedo risalire…. quando poco sotto di me si piega in una ferma istantanea, è immobile con la testa di lato all’indietro, coda dritta, è in ferma verso il basso, da sopra ho ampia visuale e subito dopo altre due pernici sfondano i lentischi, sbaglio ancora la prima e butto giù la seconda con la terza fucilata, poi vanno via ancora tre pernici insieme, poi ancora due… Poi richiamo la cagna, è finita, abbiamo raggiunto il consentito. So bene che ci sono altre pernici ma non voglio insistere, il cerchio è chiuso.

Il sole è alto e il caldo si fa sentire, devo risalire, recuperare le due pernici, le vivande dal muro di sopra, mangiare qualcosa e nel rientrare magari vedere di cercare la Lepre sulla piana.
Poi, comunque vada… con tutta calma si rientra, felici, a casa.

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