A Camosci nel posto più selvaggio della valle

Dopo il solito silenzio estivo, in cui trovo inutile tediarvi con racconti della mia vita in montagna, tra mirtilli funghi e Tome d’alpeggio, è arrivato finalmente settembre. A giugno sono andato fuori regione per svolgere il corso d’igiene, sanità e trattamento delle carni di selvaggina, la mia non lo ha ancora approvato.

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Oltre a questo corso da febbraio ne sto frequentando un altro per diventare guida escursionistica. L’impegno è  tanto, agosto/settembre lo stage, a ottobre il ritorno in aula… insomma, come sempre in estate alla caccia non son riuscito a dedicare un attimo.

Prima assegnazione: un camoscio maschio

In prima assegnazione ho un camoscio maschio, ma nel mio comparto, questa classe parte 15 giorni dopo le altre. Una bella sfortuna! Il 30 settembre apre il maschio e io dal 5 ottobre riprendo le lezioni e non posso andar di sabato. Questa sfortuna però ha un lato positivo. Non potendo farci nulla, non posso che accettare la situazione.

Un poco caustico e pessimista mi dico: “Vedrai, quest’anno sarà dura, hai poca esperienza, non sei informato. Dopo 5 anni di caccia non sai ancora bene cosa fare. E senza un giorno di tre, come farai? Inutile preoccuparsi, vada come vada…”

Primo giorno

Se ricordate un po’ le mie avventure, saprete che ho sempre sbagliato il versante della prima uscita. L’anno scorso cercando femmine e capretti avevo trovato solo maschi, e così, sicuro, scelgo la meta. La mascotte è con me, è tornato apposta dalle baldorie del weekend solo per fare assieme l’apertura di lunedì.

Partiamo presto, come l’anno scorso un vento gelido. Saliamo a 2800 metri. Non un animale! Solo due stambecchi. Rimaniamo a gelare a lungo, fino a tarda mattina. Non un’anima in giro. Neanche i trekkers fanno muovere qualcosa. Decidiamo dunque di scendere a valle e tentare il pomeriggio in quel posto di cui vi raccontavo negli scorsi racconti.

Lì un camoscio appare, ma a 5 metri da noi, riesco a vedergli solo le zampe a causa delle foglie fitte del bosco. Mi muovo, faccio rumore e lui se ne va!

Finisce così l’apertura, con un fiasco, come sempre. C’è stato un errore di tiro, di camosci maschi dunque uno in meno. Ho molti colleghi che come me hanno il maschio, tra cui Gianni, e sono bravi, e cacciano da lungo tempo. Sono nettamente in svantaggio e decisamente in paranoia, ma allo stesso tempo anche un po’ menefreghista. L’importante è godersi la montagna e provarci!

Secondo giorno

Parto tardi la mattina e decido di andare alla cerca nel bosco in cresta. Sono solo inizialmente, ma poi conosco un signore al parcheggio, che pur essendo del posto non ha mai percorso il sentiero che faccio. È curioso, lo vedo, gli propongo di seguirmi. Accetta e così partiamo per un lungo giro.

Il camoscio mi scappa un’altra volta, ma per lo meno capisco che vive proprio lì dove gli faccio le poste, anche se non ho ancora capito di che sesso sia. Al pomeriggio tentiamo nuovamente la posta. Ma nulla. Seppur la mascotte e io abbiamo insieme una ragazza che mi ha chiesto di venire a vedere come caccio, la fortuna non è dalla nostra. Quello che prendiamo è solo freddo!

Nel frattempo un collega cacciatore, molto esperto, non solo prende il maschio, ma lo prende pure sanitario.

Terza uscita

La mia amica vorrebbe seguirci. Ho due mete in mente. La prima scelta è il nostro solito posto, quello a 2700 metri dove l’anno scorso abbiamo prelevato lo yearling di Franck, ma sono 1400 mt di dislivello solo per arrivare a binocolare. La seconda mi fa paura solo a pensarla, seppur conti metà dell’avvicinamento, i pendii sono ancora più inclinati. Il posto più selvaggio della valle. Senza neanche una traccia di sentiero.

L’amica sentita l’opzione 1400 di dislivello e ritorno incerto, si defila immediatamente. Mascotte e io dobbiamo decidere. Da anni vorremmo avventurarci su per quella parete, ma i racconti non invitano sicuramente ad andarci.

Scrivo a tre amici, sono gli unici che frequentavano il posto anni fa, chiedo informazioni. Potrete immaginare le risposte: “Ma si, ma vai sereno… C’è una traccia ma si perde subito… Portati una corda! Fai attenzione ai canaloni… La discesa sono cavoli tuoi… Etc etc”.

Mi confronto un po’ con mascotte, lui preme per l’avventura, l’ignoto, la scoperta… Accettiamo l’avventura.

Si parte!

Saliamo per un’ora in un bosco inclinato a 35°. Qualche volta un pezzo di prato, anch’esso molto inclinato. A un certo punto ci troviamo a scalare su rododendri verticali. Lo giuro, come sui pendii di ghiaccio si usano le picozze, noi saliamo una 15 di metri appigliandoci solo ai rododendri. Sbuchiamo così a metà parete, su un minuscolo terrazzino in cresta. La visuale sulla montagna è molto buona. 3 camosci sulla destra, non molto distanti, ma irrecuperabili o quasi in caso d’abbattimento. 2 stambecchi vicino a loro. Nient’altro.

Circa 300 metri più in alto dovrebbe trovarsi una “draya”, una traccia vaga di camosci che attraversa la montagna per intero. È proprio quel sentiero, che non esiste quasi più, che vogliamo percorrere da anni. Mascotte insiste, “non c’è nulla, andiamo più su e traversiamo e così guardiamo”.
Tengo a freno la sua voglia di esplorazione. Gli dico che per almeno una mezz’ora di lì non voglio muovermi. “Mangiamo, riprendiamoci e binocoliamo, poi vedremo il da farsi…”

Passano pochi minuti ed ecco che l’amico mi stringe il braccio e mi fa:
“Là… ce n’è uno là…”
“Dove?”
“Là, vicino la pianta, nei rododendri”.

Ci metto due secondi a metterlo nell’ottica del fucile. Uno di troppo. Essendo proprio su una dorsale tra un torrentello e un altro, nel momento che lo inquadro, lui gira dietro la dorsale.
“Spostati 2 metri a sinistra, guarda se traversa anche il secondo canale di scolo”... Faccio al socio.

Mentre glielo dico, eccolo riapparire.

Lo inquadro nell’ottica, è così scuro e massiccio che manco guardo le corna, è un maschio sicuramente. Al posto di continuare a traversare decide di scendere, dritto per dritto, e per un attimo affonda un po’ nei rododendri. Ce l’ho frontale, in leggera discesa diciamo di 10 gradi, di punta schiena. Io sono seduto su una cresta al quanto esigua. Con il sennò del poi stimo fosse tra i 170 e i 200 mt. Uso per la prima volta i 9X dell’ottica. Lo punto in mezzo alle scapole, per non sprecare i carré, mi dico. Sono seduto col gomito sinistro in appoggio sul ginocchio sinistro e inclinato di 10 gradi verso il basso. Tengo il fiato un attimo. Sparo.

Odio gli ingrandimenti, perdi sempre la visione del animale. Ricarico immediatamente e provo a cercarlo con l’ottica. Ma niente.

Mascotte, urla sussurrando (lo so è un ossimoro, ma avete presente quando sei eccitato e vorresti urlare ma non puoi e ti esce quella vocina da vecchietta?!):
“L’hai preso, l’hai preso…. L’hai preso, è caduto nel canale”.

Il recupero

Ora non tocca che andare a prenderlo. Passare gli scoli del canale, in roccia marcia e liscia. Non è stato semplice, e neanche capire quale fosse il solo punto possibile per portarlo verso la cresta dove ci trovavamo, per ritrovare poi l’unico passaggio per accedere alla discesa.
Ma in un ora ce l’abbiamo fatta.

Una volta eviscerato, le interiora sono rotolare a valle almeno centocinquanta metri in basso, senza neanche una spinta da parte mia. Neanche lo zaino stava in piedi e neanche noi talmente era dritto.

Decido di ricucire la pancia del camoscio per evitare di sporcarlo troppo in discesa. Nessuno dei due ce la farebbe con il camoscio a spalle su quel terreno. Lo leghiamo per le zampe e ce lo portiamo giù strisciandolo dove possibile. Ma non vi dico le piante cadute, i gineprai, i rododendri. Insomma un labirinto verticale.
In un ora siamo al sentiero principale stanchi morti, anche a causa dell adrenalina. Al sentiero decidiamo di dividerci in due la fatica e di metterlo nello zaino, nella nostra valle non si trascina un camoscio, se non nel brutto brutto. Trascinarlo è una mancanza di rispetto. La parte più lunga e in piano tocca a mascotte, la più corta e ripida a me.

Che devasto!!!

Arrivati a valle, dove il telefono prende inizia il tam tam. Il nostro camoscio è davvero bello. Si complimentano tutti. Al centro di controllo scopriamo che è un Bronzo 103.9. Per poco non un argento.
In più mi sono anche migliorato, l’anno scorso 4 uscite per il primo capo, stavolta 3. Con il 6,5 e le monolitiche non ho sprecato un grammo di carne.

La notte stessa, anche se a pezzi non ho chiuso quasi occhio. La giornata è stata fantastica, troppo per dormirci sopra. Ci vado adesso, buona notte a tutti.

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