Caccia all’allodola a rischio. MITE: “Non ci sono progressi nell’attuazione del Piano”

Secondo il Ministero della Transizione Ecologica le Regioni non starebbero attuando le misure previste dal Piano di gestione nazionale e per questo ISPRA potrebbe non dare parere favorevole al prelievo dell'allodola

Ora che il caso sul Piano nazionale per la gestione della Tortora sembra avviarsi verso la risoluzione, il Ministero per la Transizione Ecologica torna a scrivere alle Regioni e ancora una volta il tema centrale della lettera è un Piano di gestione nazione per una specie in calo, questa volta l’allodola.

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In questo caso, a differenza della Tortora, il Piano c’è, è stato approvato nel 2018, ma per il MITE le Regioni non lo starebbero applicando secondo quando pianificato, o perlomeno non avrebbero notificato le azioni realizzate per raggiungere gli obbiettivi prefissati. Per questo, con la nota del 19 aprile scorso, Il MITE le ha avvertite: se il Piano non verrà correttamente attuato, “ISPRA, all’atto di valutazione dei calendari venatori per la prossima stagione venatoria, vorrà tenere in considerazione lo stato di applicazioni delle misure previste”, tradotto, potrebbe non dare parere favorevole al prelievo dell’allodola.

Gli obbiettivi del Piano nazionale di gestione dell’Allodola

La popolazione europea dell’allodola è in calo, da anni, soprattutto per il deterioramento degli habitat agricoli a cui questa specie è fortemente legata. Si stima che dal 1980 a oggi se ne sia persa circa il 60%.

Come sappiamo, e come ci ha recentemente ricordato il caso della Tortora, per le specie in cattivo stato di conservazione la Direttiva Uccelli impone che gli Stati membri possano autorizzarne la caccia soltanto in presenza di un adeguato piano di gestione nazionale, volto a migliorare lo status della specie. Per questo motivo in Italia nell’agosto 2018 è stato approvato il Piano di gestione nazionale dell’Allodola (se siete curiosi di leggerlo lo trovate qui).

In estrema sintesi il piano si prefigge di raggiungere 3 obbiettivi principali: il miglioramento degli habitat agricoli, una migliore sostenibilità del prelievo venatorio e un approfondimento delle conoscenze su fattori chiave della biologia della specie.

Per raggiungere questi obbiettivi il piano delinea delle azioni specifiche che le Regioni devono mettere in atto. Ad esempio, per il miglioramento degli habitat dovranno incentivare il mantenimento delle stoppie in inverno, la semina su sodo, l’agricoltura biologica, le pratiche di coltivazione estensiva con regolamenti sui tempi di tagli e sfalci, la semina di “prati a sfalcio tardivo” nelle aree di pianura, e incentivare le fasce di incolti erbacei a ridosso delle coltivazioni, solo per citare le azioni più significative.

Per rendere più sostenibile il prelievo venatorio, le principali azioni mirano a intensificare la vigilanza, a differenziare i carnieri tra i cacciatori specialisti e occasionali e a limitare il periodo di prelievo tra il 1° ottobre e il 31 dicembre, con carniere massimo stagionale di 50 capi.

Infine, per migliorare la conoscenza sulla specie, si prevede di supportare le attività di monitoraggio già avviate a livello nazionale (ad esempio il progetto MITO2000 e il progetto MonITRing), e di avviarne di nuove, come lo studio sulla sex ratio tra i capi abbattuti.

Tutte azioni importanti che, se correttamente applicate, possono avere un impatto significativo sullo status dell’allodola e, nel caso dei miglioramenti ambientali, possono avere un effetto positivo anche per molte altre specie selvatiche che condividono gli stessi habitat.

Come procede l’attuazione del Piano

Ma come procede l’attuazione del Piano? Le Regioni lo stanno attuando correttamente? A due anni di distanza dall’entrata in vigore è lecito domandarselo, anche perché la Commissione UE impone di rendicontare lo stato di attuazione se si vuole continuare a mantenere cacciabile l’allodola in conformità con la Direttiva Uccelli.

Secondo il MITE, la risposta è no, le regioni non lo starebbero attuando correttamente. Come si legge nella nota del 19 aprile, il Ministero scrive “ad oggi non esistono progressi adeguati nell’attuazione del Piano”.

In particolare, non c’è quasi traccia di tutte quelle azioni di miglioramento ambientale che dovrebbero mitigare l’impatto delle pratiche agricole sulla specie, che come sottolinea il MITE, sono “il fattore fondamentale per la gestione e la conservazione dell’Allodola”. Il Ministero ha già sollecitato 3 volte le amministrazioni regionali a segnalare quanto svolto (nel marzo 2019, nel giugno 2019 e nel febbraio 2020), ma “ad oggi si riscontra la quasi totale assenza di informazioni relative alle azioni di miglioramento degli habitat negli agro-ecosistemi”. Quindi, o le Regioni non le hanno messe in atto o in 2 anni e mezzo non le hanno comunicate al Ministero.

Le uniche azioni che sono state velocemente messe in pratica sono quelle riguardanti il prelievo. Il mondo venatorio, infatti, si è velocemente adeguato alle richieste del Piano, riducendo ovunque il periodo di caccia e adottando le previste limitazioni di carniere, che in alcune regioni è stato anche differenziato per i cacciatori specialisti.

Molte Regioni, invece, addirittura non hanno neanche comunicato i dati degli abbattimenti annotati sui tesserini venatori. Il MITE scrive: “L’indicazione del Piano, che fissa un limite agli abbattimenti a 10 capi al giorno per un massimo di 50 capi all’anno, può essere valutata negli effetti sulla popolazione solo a fronte di una esaustiva raccolta ed elaborazione dei dati. Resta quindi fondamentale la necessità di conoscere tempestivamente la quantità di capi abbattuti, desumendoli dalla lettura dei tesserini venatori. Duole constatare come per gli anni 2018 – 2020 tali dati siano pervenuti da soli 5 regioni.” 

Prelievo a rischio, l’onorevole Caretta presenta un’interrogazione 

Ora o le Regioni forniranno in tempi brevi i dati mancanti, oppure ISPRA potrebbe non dare parere positivo al prelievo dell’allodola per la stagione 2020/2021.

Se dovesse accadere ci sarebbe da chiedersi: il Ministero continuerebbe a essere così solerte nel domandare alle Regioni di applicare le misure di miglioramento ambientale previste dal Piano nazionale di gestione o l’allodola finirebbe dimenticata come le altre decine di specie non cacciabili che hanno popolazioni in calo e per cui non è previsto né un piano di gestione nazionale né tanto meno delle azioni per ripristinarne lo stato di salute?

Nel frattempo l’Onorevole di Fratelli d’Italia Maria Cristina Caretta, prima ad alzare l’attenzione sulla questione, ha fatto sapere sui suoi canali social di aver già presentato un’interrogazione al Ministro della transizione ecologica Cingolani, al Ministro delle politiche agricole Patuanelli e al Ministro degli affari regionali Gelmini “non solo per rendere note le amministrazioni inadempienti, ma anche per sollecitare la raccolta delle informazioni mancanti e scongiurare una modifica generalizzata dei calendari venatori che andrebbe a colpire ingiustamente tutto il comparto venatorio nazionale a fronte d’inadempienze riconducibili ad amministrazioni regionali.”

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