Cinghiali, danni e prevenzione: una lungimirante alternativa agli abbattimenti di controllo

Un esperimento su larga scala, svolto nella provincia di Pisa, ha permesso di azzerare in tre anni i danni provocati dagli ungulati alle culture agricole

Nel precedente articolo abbiamo già parlato del “problema cinghiale” tentando di fare un po’ di chiarezza sulla presenza e sull’andamento di popolazione di questa specie nella nostra penisola negli ultimi decenni. Ora vorremmo concentrarci sui possibili interventi di prevenzione che possono essere attuati per evitare gli enormi danni che i cinghiali provocano alle colture, inasprendo i rapporti e allontanando due realtà che, non ci stancheremo mai di dirlo, dovrebbero collaborare costantemente per un obiettivo comune.

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L’abbattimento come soluzione comoda ma spesso inefficace

L’abbattimento di un cospicuo numero di capi da parte delle forze dell’ordine o di altri addetti è l’alternativa più quotata e nella maggior parte dei casi viene vista come l’unica soluzione; ma ormai è risaputo che non sempre questa tecnica permette di perseguire lo scopo, anzi, risulta spesso controproducente. Il numero di capi prelevati da un lato mette a tacere le lamentele degli agricoltori e dall’altra indigna i cacciatori che si vedono privati d’importanti risorse venatorie, ma dopo poco i primi tornano a registrare lo stesso numero di danni e gli indennizzi che il mondo venatorio deve pagare non diminuiscono mai.

Quello del prelievo però, non è l’unico intervento possibile, ve ne sono altri, con una maggiore attenzione alla prevenzione, che hanno avuto risultati eccellenti, ma che in pochi hanno l’ardire di sperimentare o ripetere.

Un esperimento su larga scala per azzerare i danni degli ungulati alle culture

La regione Toscana ha da sempre dovuto affrontare più di altre il problema dei danni dovuti agli ungulati e in particolare al cinghiale e molte risorse sono state investite nel tentativo di trovare soluzioni alternative e innovative. Il progetto di cui parleremo in questo articolo è stato uno di queste; è durato tre anni e ha visto la messa in atto di numerose opere.

Nel 2010, infatti, lo Studio Agrofauna (Wildlife Managment and Research, Livorno, Italy), guidato dal Dr. Agr. Daniele Scarselli e dal D.r Agr. Giuseppe Vecchio, ha collaborato con l’ATC Pisa 15 e la regione Toscana per la messa a punto di un progetto di grandi dimensioni finalizzato alla drastica riduzione dei danni provocati dalla fauna selvatica alle colture nell’area a ridosso della “Riserva Naturale Foresta di Berignone”, nel comune di Volterra (Pisa).

La recinzione

L’azione principale messa in atto è stata la messa a terra di una recinzione elettrica disposta su quattro fili e lunga 7,5 km per un totale di 30 km di filo elettrificato. Questo grande recinto è stato impiantato, per tutti e tre gli anni del progetto, al termine dell’attività venatoria dai circa cento volontari provenienti dal mondo venatorio e in particolare dalle squadre di caccia al cinghiale. La recinzione rimaneva sul territorio da febbraio al termine del periodo estivo che combaciava con la raccolta delle colture cerealicole; successivamente il materiale utilizzato veniva deposto in magazzino, pronto a essere nuovamente adoperato l’anno successivo.

Perché la recinzione svolgesse il suo compito correttamente è stata necessaria un’importante opera di manutenzione della stessa che è stata svolta da tre volontari che hanno controllato quotidianamente il perimetro elettrificato, sostituendo gli isolatori rotti, ripristinandolo in caso di rottura e occupandosi di mantenere i rapporti con gli agricoltori coinvolti attivamente nel progetto.

Colture e foraggiamento dissuasivi

Accanto a quest’azione principale ve ne sono state altre ugualmente importanti: sono state realizzate delle apposite semine di colture dissuasive, sia all’interno della Riserva Naturale, sia nel territorio circostante e, grazie all’autorizzazione da parte dell’Amministrazione Provinciale, in deroga alla Legge Regionale Toscana (3/94), è stato attuato anche un foraggiamento dissuasivo all’interno della Riserva Naturale stessa.

Le tipologie di colture dissuasive sono state concordate con la Comunità Montana e sono state realizzate con seme di grano tenero fornito direttamente dall’ATC 15 in percentuale elevata e orzo, favino e avena in percentuali minori; in totale sono stati realizzati 16 ettari di colture dissuasive coinvolgendo 6 agricoltori. La maggior parte di esse sono state realizzate all’interno della recinzione con lo scopo di attirare i soggetti ivi presenti lontani dalle altre colture. Il foraggiamento è stato realizzato con mais da granella e distribuito da squadre di volontari accompagnate dalle guardie della Comunità Montana con una frequenza di due volte alla settimana per tutta la durata del progetto lungo un percorso prestabilito di 10 km.

Infine, per ridurre al minimo il numero degli ungulati presenti all’interno dell’area interessata dalla recinzione, l’ATC ha richiesto e ottenuto dal Servizio Difesa Fauna la possibilità e l’autorizzazione di effettuare interventi di allontanamento dei cinghiali rimasti nella zona in questione. Per dieci giorni consecutivi, i cacciatori si sono alternati con i propri cani sotto il controllo della vigilanza volontaria allontanando la maggior parte degli esemplari.

Gli imprevedibili risultati

È fuori discussione che il dispiegamento di forze richiesto da questo progetto sia stato importante e questo potrebbe indurre molti addetti ai lavori a desistere da un tentativo di questo tipo, ma i risultati sono stati ancor più strabilianti e hanno toccato più ambiti.

Innanzitutto, l’ATC Pisa 15 ha contenuto gli indennizzi passando da oltre € 15.000 nel 2009, a € 0 nel 2012. Un risultato che non viene raggiunto facilmente e che da solo rende interessante un intervento di questo tipo. Questo è stato possibile anche grazie al rapporto di reciproca stima e fiducia che durante i tre anni si è instaurato tra cacciatori e agricoltori.

Inoltre, proprio a causa della mole dei diversi interventi, durante i tre anni si è assistito a una sempre più stretta collaborazione tra mondo venatorio, mondo agricolo e istituzioni. Sia cacciatori che agricoltori hanno collaborato in prima persona scendendo in campo a favore dei propri e degli altrui interessi, difendendo le colture e allo stesso tempo le popolazioni di cinghiali, mentre gli Enti coinvolti non solo hanno concesso deroghe e autorizzazioni per la buona riuscita del progetto, ma addirittura sono scesi in campo collaborando attivamente con volontari e addetti ai lavori.

Anche dal punto di vista economico questo progetto ha avuto un risvolto positivo, le spese degli anni successivi al primo, infatti, sono state effettuate quasi esclusivamente per l’acquisto di cereali da foraggio e da semina. Le colture a perdere introdotte per distogliere l’attenzione degli ungulati dalle colture in atto hanno finito per divenire rifugio e fonte di cibo anche per altre specie di selvaggina stanziale come fagiani e lepri mostrandone un piacevole effetto imprevisto.

Non un caso isolato, ma un esempio da seguire

In conclusione, non possiamo che sottolineare la competenza progettuale e la capacità di rendere realtà un innovativo progetto sperimentale dimostrate dallo Studio Agrofauna che, come gli altri attori di questa interessante avventura non si è fatto intimidire dalla grandezza di ciò che ha progettato e pensato.

Visti i risultati di questo intervento, non resta che augurarci che la mole di lavoro e di relazioni sociali necessari non spaventi, ma anzi incentivi nuove sperimentazioni di questo tipo che potrebbero cambiare radicalmente il modo d’intendere la caccia e i cacciatori di coloro che non appartengono a questo mondo.

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