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A caccia per fame

La caccia alle anatre sul Po è un libro da migliaia di pagine che una volta aperto ti conquista e ti rapisce, portandoti a sognare albe gelate in attesa di poter rivivere quello che i nostri vecchi raccontano.

Tra parole in dialetto intraducibili in italiano, stampi fatti con i tappi in sughero dei bottiglioni di vino e vite passate a vivere il Fiume giorno per giorno, i “vecchi di Po” seminano nel giovane cacciatore quel “male” che li ha portati a rischiare la vita per un paio di anatre da mettere nella pentola, il cosiddetto mal di Po. Quel male ha colpito anche lo scrivente, che in questo articolo vi scriverà delle avventure di Enrico e Franco e del perché a sessant’anni di distanza continua a vivere albe e tramonti cacciando anatre sul Grande Fiume.

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L’arte del sapersi arrangiare

Le vicende raccontate sono risalenti alla fine degli anni ’50, quando l’allora sedicenne Franco era fresco di porto d’armi e mio prozio Enrico detto Ricu cacciava già da anni sul Po. Si viveva di ciò che si allevava, cacciava o pescava e il Grande Fiume era visto come una miniera d’oro per chi poteva e sapeva navigarlo. La fame e i soldi portavano l’uomo di Po a ingegnarsi per procurarsi qualcosa da mettere sotto i denti o da poter vendere a quelli del paese.

Ricu, che per la maggior parte dell’anno faceva l’agricoltore con però poca terra di proprietà, d’inverno viveva di caccia e di pioppi, che strappava dal terreno senza tagliare la pianta alla base ma “rancando” sia il tronco che le radici. Già da questo piccolo particolare si può comprendere la mentalità dell’epoca, che portava a sprecare il meno possibile e dove il sapersi arrangiare era una vera e propria arte. Altra abilità di Ricu era la navigazione. Con la sua battellina e il suo remo sapeva muoversi sul Po come voleva, senza fare il minimo rumore, facendo “correre” quella barchetta sul verde dell’acqua.

Il suo giovane aiutante Franco veniva anch’esso dal mondo agricolo, aveva la sua cascina con le sue “bestie” e accompagnava Ricu a caccia sul Po. Era alla prima licenza e, insieme al sedici con canne mozze datogli dal padre, si posizionava sulla battellina vicino alla spingarda, con il compito di tirare la corda per far partire il colpo. L’arte dell’arrangiarsi aveva colpito anche la spingarda, che veniva fissata alla battellina con quattro grosse viti recuperate dalle ruote dismesse dei carri agricoli e che utilizzava come molla una di quelle molle utilizzate dall’industria ferroviaria per ammortizzare una carrozza con un’altra. Anche gli stessi bossoli venivano recuperati, riutilizzati e ricaricati con mezzo chilo di polvere e un chilo di piombo. Altri tempi, altre priorità ma stessa passione.

Fame e soldi

Era la vigilia di Natale di oltre sessant’anni fa. Ricu e Franco sono sul fiume con la spingarda, nel vivo di un avvicinamento ad un grosso gruppo di anatre. Le loro menti viaggiano e fantasticano su un possibile bottino di venti o più capi, evento raro e di conseguenza molto atteso dai due cacciatori.

I paletti dietro alle anatre erano stati posizionati sulla riva da Ricu, aiutandolo nel calcolare la distanza di tiro e nella mira. Il freddo di quella mattina faceva gelare il “coppino”, con questo fenomeno che dialettalmente veniva definito “caliù”, ma era la condizione ideale per fare anatre. A quei tempi ogni qual volta il meteo era avverso i cacciatori partivano per Po, pregustando un possibile lauto carniere. All’epoca si poteva cacciare tutti i giorni e mentre in inverno si aspettavano germani di passo, voli di oche e anatre tuffatrici, in primavera si cacciavano marzaiole e alzavole.

Tornando alla vigilia di Natale, Ricu stava palettando con calma e in religioso silenzio la battellina in direzione dei germani. Un mazzetto di rami copriva la punta della barca, Franco vedeva a fatica e aspettava il doppio segnale da parte di Ricu. Al primo tocco di piede doveva stare pronto mentre al secondo doveva tirare la corda e far partire il colpo. Arrivati a una distanza ideale, generalmente sotto i cento metri dai palmipedi per garantire una rosata utile di cinque metri, la battellina era diritta, con la prua che puntava le anatre e pronta al tiro sicuro, senza quindi il rischio di potersi ribaltare nelle gelide acque del Po. Il doppio segnale arriva e Franco tira la corda. La battellina, dopo un gran botto, si ritrova diversi metri distante rispetto alla posizione dove era stato fatto partire il colpo. Ricu, quindi, si appresta a palettare la barca in direzione dei capi abbattuti e dei feriti da recuperare. Le anatre rimaste in acqua tra gli stampi in sughero sono tante, gli occhi e i visi dei due cacciatori sprizzano gioia e felicità. Qualche fucilata di canne mozze e oltre venti anatre sono sulla battellina pronte per essere portate al paese ai proprietari della spingarda.

Rientrati alla baracca, Ricu si occupava della manutenzione della battellina e della baracca stessa. Franco si caricava il mazzo di anatre più belle in spalla e partiva a piedi in direzione del paese. Le carreggiate fatte dai carri sulla strada di terra non gli permettevano di andarci in Vespa e aumentando così le difficoltà nel portare a compimento l’opera. Arrivato dai proprietari della baracca, sotto consiglio di Ricu, le anatre più belle andavano a chi pungeva di più, cioè a chi dava la mancia più ricca, mentre le altre venivano spartite tra gli altri soci. Quel giorno il farmacista diede a Franco dieci mila lire di mancia e alla vista di quel grosso pezzo di carta quasi stette male. Non era abituato a vedere quelle grandi banconote e nel rientro in cascina, sotto una leggera nevicata, si fermò oltre venti volte per osservare quella gigante banconota, simbolo di successo e fonte di sostentamento per un ragazzo di campagna.

Sessant’anni dopo, stessa passione

Se oggi sono un malato di Po, forse, lo devo proprio a questi due cacciatori che con le loro storie e la loro passione sono riusciti a farmi ammalare di Po. Il fiume è mutato morfologicamente, nella quantità e nella varietà di specie che lo abitano. Il fascino, la sua storia e la sua grandezza sono però rimaste immutate. In inverno capita di trovarmi nel capanno a osservare un branco di uccelli posati a stampi e, con un rapido pensiero, provare a immaginare al mio fianco Ricu che, con la sua infinita esperienza, mi dà il via per sparare.

Le levatacce fatte per andare sul fiume, i chilometri fatti a piedi per raggiungere il capanno, preparato il giorno prima e curato nei minimi dettagli, con stampi, fucili e cartucce in spalla beh… tutto ciò lo faccio per loro, per quelli che hanno portato avanti tradizioni e mantenuto famiglie grazie alla ricchezza del Grande Fiume. Poi quando la dea bendata dà la possibilità di far cantare i fucili, dopo meravigliose curate di uccelli di passo, allora in quel caso la gioia e la soddisfazione sono tangibili e indescrivibili. Con il sole che sorge sullo sfondo mi piace immaginare che ovunque sia il vecchio Ricu si riesca ad emozionare anche lui nel vedere la meraviglia che sessant’anni dopo rimane e permane sul Grande Fiume.

Dedicato a mio zio Ricu, ispiratore e mito per un giovane appassionato.
Si ringraziano Franco per la testimonianza e Antonio per la foto.

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3 Commenti

  1. Questi fatti di caccia accaduti in passato, erano di normale attività di caccia, all’epoca non si ci meravigliava, appunto era normale!!! Oggi vengono raccontati in modo eclatante, suscitando stupore e meraviglia.
    Per quale motivo siamo arrivati a questo punto ? Semplice! Da quelli anni a tutt’oggi, non c’e stata continuità nel raccontare i fatti quotidiani di caccia con la dovuta naturalezza come avviene per qualunque altro fatto di cronaca.
    Al contrario i cacciatori sono stati continuamente denigrati ingiustamente da una parte di una minoranza molto agguerrita.
    E a nostra difesa ? nessuno !
    Mi sembra di individuare finalmente dalla Federazione Caccia un atteggiamento più consone alla sua reale funzione a tutelare i cacciatori. Forse è tardi…..

  2. Ho letto con estremo interesse, apprezzo la poesia e la nostalgia che traspare da questi ricordi che l’autore intende ravvivare. Grazie per la conoscenza che tramanda; alle anatre con la spingarda negli anni ’50 è cosa che non conoscevo.

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