La caccia nella storiaRubriche

Il museo della caccia e della pesca nel castello di Wolfsthurn

In un imponente castello barocco in provincia di Bolzano sorge un museo in cui la caccia e la pesca sono narrate con sapienza e percepite come parte integrante del patrimonio culturale e tradizionale delle genti del Tirolo. Lo avete mai visitato?

Presso Mareta, nelle vicinanze di Vipiteno in provincia di Bolzano, all’interno di uno splendido edificio barocco, è stato allestito il Museo della caccia e della pesca. Questa storica dimora, nota come il castello di Wolfsthurn, non nasce come residenza di caccia, ma è comunque ricca di arazzi, affreschi e trofei riguardanti proprio l’attività venatoria. Così nel 1996 venne qui inaugurato il primo museo dedicato alla caccia e alla pesca del Sud Tirolo il quale, tuttavia, non si caratterizza come un istituto a sé stante, ma dipende dal Museo provinciale degli usi e dei costumi di Teodone. Questo aspetto, che potrebbe sembrare secondario per i non addetti ai lavori, risulta invece centrale per la comprensione della ratio, del filo logico che è alla base del percorso. La scelta d’inserire questa esposizione permanente all’interno di un sistema museale più complesso e legato alle radici del territorio testimonia, senza ombra di dubbio, l’importanza che la caccia e la pesca hanno rivestito e ancora rivestono per queste terre.

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Si tratta, quindi, di un vero e proprio museo etnografico dove è narrato il rapporto tra gli uomini e l’ambiente di questi ricchissimi e bellissimi luoghi e lo si racconta attraverso la storia delle pratiche venatorie e della pesca.

Il castello di Wolfsthurn

L’edificio, in pieno stile barocco è veramente imponente, ma elegante allo stesso tempo e accoglie il visitatore attraendolo con il suo particolarissimo fascino. Un aspetto singolare della struttura sono le sue 365 finestre, le 52 porte, i 12 camini e i quattro portali. Esattamente quanti sono i giorni, le settimane, i mesi e le stagioni dell’anno.

Una veduta esterna del castello di Wolfsthurn. Foto di Hermann M. Gasser ©

L’edificio che possiamo ammirare oggi è frutto di numerosi lavori di restauro e ammodernamento ma il rifacimento barocco, quello che gli ha conferito l’aspetto attuale, è riferibile a un restauro terminato nel 1741. Il proprietario di allora, il barone Franz Andrä von Sternbach, fece demolire la vecchia rocca a eccezione della torre principale e, attorno ad essa, costruire il maestoso palazzo che possiamo ammirare nella sua attuale conformazione.

Oltre al bellissimo giardino, a mobili, arazzi e suppellettili di pregio, il castello ingloba una piccola cappella consacrata e dedicata alla Madonna, realizzata anch’essa in stile barocco. Il nome dell’edificio deriva, invece, dalla famiglia nobiliare dei Wolfe (Lupi). Nel 1242 Alberto III del Tirolo concesse in feudo il terreno e le strutture a Rudolfus Lupus, della medesima famiglia. La torre ha mantenuto quindi il nome del suo feudatario fino a divenire il castello di Wolfsthurn.

Il percorso espositivo

La visita al museo inizia in realtà dal bellissimo sentiero naturalistico, lungo circa un chilometro e percorribile agevolmente anche spingendo un passeggino, sentiero che, partendo dalla chiesa parrocchiale del paese di Mareta, conduce direttamente alla struttura espositiva.

Il percorso, denominato “Bosco e acqua” è un’attrazione per tutte le età e fornisce indicazioni per la comprensione dell’ambiente circostante. Un’altra attrazione del circuito è, nei pressi del castello, un ampio recinto dove i daini sono lasciati liberi di pascolare.

Recinto con i daini lungo il sentiero tematico. Foto di Hermann M. Gasser

Il percorso espositivo interno inizia dal primo piano, quello dedicato alla caccia e alla pesca. Come dicevamo, il concept che ha guidato la mano dei curatori si è sviluppato intorno alla necessità di far comprendere al visitatore quanto le attività di caccia e di pesca siano parte integrante della storia e della tradizione di questo popolo. Un percorso storico-culturale realizzato con un approccio antropologico, ma che strizza comunque l’occhio alle scienze naturalistiche. Insomma uno sguardo rivolto alla storia, agli usi e ai costumi di un popolo che praticava le attività della caccia e della pesca inquadrandole nel peculiare contesto naturalistico regionale.

È possibile osservare suppellettili e oggetti di uso comune (posate, tabacchiere, pipe) decorati con motivi venatori, trofei antichi e di alto pregio, ma anche dipinti e mobili. Di particolare interesse è la sezione dedicata alle trappole. Si tratta di realizzazioni in legno, perlopiù fabbricate in casa, utilizzate per la caccia alla piccola selvaggina e per l’uccellagione. Altre di maggiori dimensioni, realizzate in ferro da artigiani specializzati, venivano impiegate per catturare animali da pelliccia e per il contenimento di selve nocive all’agricoltura e all’allevamento.

Ma l’arte popolare comprendeva anche la realizzazione di scene di caccia all’interno di piccole bottiglie di vetro. L’artigiano, con pazienza, maestria e perizia riusciva a inserire all’interno del contenitore, attraverso lo stretto collo della bottiglia, tutti gli elementi che andavano a comporre la scena di caccia. La rappresentazione di questi piccoli oggetti di artigianato testimonia, in maniera inequivocabile, che la caccia era una pratica comune diffusa nel quotidiano, al punto da essere riprodotta anche in suppellettili per le abitazioni.

Sala della caccia con tappezzeria da parati con scene di caccia. Foto di Hermann M. Gasser

Salendo al secondo piano è invece possibile osservare le stanze con la loro architettura e arredamento in stile originale barocco. Entrando in questi ambienti si è immediatamente catapultati nella realtà nobiliare del XVIII secolo. L’impatto è veramente stupefacente e attrae il visitatore trasportandolo virtualmente nella storia.

Al piano interrato sono state allestite tre sale dedicate ai bambini. Qui i piccoli possono imparare a riconoscere le impronte degli animali, i diversi canti degli uccelli, a imitare l’ululato del lupo e, addirittura, esplorare la caverna di un orso.

Non solo caccia

Nel museo è inoltre presente una sezione dedicata alla pesca. Questa, un tempo esercitata per fini esclusivamente alimentari, si è trasformata negli anni in una diffusa pratica sportiva e ricreativa. La maggior parte degli oggetti esposti proviene dalla collezione di Rudolf Reichel.

È possibile quindi ammirare canne di bambù, mulinelli, nasse, reti e numerosissime esche artificiali. Particolarmente ricca è la parte dedicata alla pesca a mosca. Tecnica di cattura molto specialistica, ha visto nel tempo un notevole sviluppo, sia per quanto concerne la tecnica che per le sue strumentazioni. In questa sezione è quindi possibile comprendere tutti i passaggi fondamentali dello sviluppo della popolarissima pratica di pesca.

Mostra della pesca. Foto di Gerd Eder

Perché non valorizzare la ruralità?

Il museo, pensato e realizzato per accogliere visitatori di ogni età, ci regala quindi un’esperienza veramente unica nel suo genere. L’attività venatoria, narrata con sapienza in questo bellissimo luogo di cultura, è percepita come parte integrante del patrimonio culturale e tradizionale delle genti dello splendido Tirolo. Un patrimonio che ha radici antichissime. Un patrimonio da conoscere e valorizzare.

La visita di questo museo fa sorgere nel visitatore un interrogativo: perché la caccia, la pesca, la ruralità in Italia non sono affatto valorizzate? Perché un Paese come il Nostro, un Paese di contadini e pescatori, un Paese baciato dal sole e con suoli ricchissimi, circondato dal mare, solcato da fiumi maestosi e costellato di specchi d’acqua, dove ogni contadino era cacciatore e ogni pescatore era un po’ contadino, può dimenticare le proprie origini? Perché non rivendicare con orgoglio le Nostre Radici, la Nostra Storia?

Per saperne di più www.wolfsthurn.it

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