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La ricarica delle cartucce da caccia: da necessità a passione

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Un tempo la ricarica delle cartucce da caccia era una necessità per tutti quei cacciatori che non disponendo di molto denaro non potevano permettersi le cartucce commerciali.​ ​Nell’Italia dell’inizio della seconda metà del XX secolo, nel periodo compreso tra l’immediato dopoguerra e la fine degli anni 70, si cacciava per portare la carne in tavola, comprarla era privilegio di pochi così come lo era il procurarsi munizioni commerciali. Possiamo dire che all’epoca l’assemblaggio della cartuccia da caccia era una “pratica di sussistenza”. Oggi​, per fortuna o per sfortuna (a voi la scelta) ​non​ ​è​ più ​così: la ricarica si è trasformata da necessita a passione!

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La ricarica ai tempi di mio padre

Mio padre spesso mi racconta di come da ragazzino, per poter andare a caccia, era costretto a rubare le cartucce calibro 12 dal nonno, aprirle e ricavare dal contenuto delle munizione per il suo calibro 24. Riutilizzava i bossoli di cartone fino a quando non collassavano strutturalmente, innescandoli con i vecchi 6,45 a 5 fori dalla ditta Summonte di Ercolano. La polvere ed il piombo li ricavava dividendo a metà le dosi della cartuccia calibro 12, e per la borra utilizzava semplicemente due o più cartoncini di fortuna che costituivano anche la chiusura della munizione, la quale non veniva sigillata tramite orlatura, ragion per cui l’arma doveva essere trasportata con la canna rivolta verso l’alto.

Come attrezzatura aveva un semplice bilancino meccanico costituito da una base solida di marmo, al centro della quale era piantata un’astina verticale da cui partivano due bracci simmetrici che sostenevano due piattini. Su un lato venivano posti i pesi di riferimento sull’altro il piombo o la polvere. Come dosatori, invece, utilizzava dei bossoli ritagliati che tarava aggiungendo o togliendo dei cartoncini pressati sul fondo.

Il prodotto finale, inevitabilmente, condizionava la scelta dell’arma e del modo di cacciare. La cartuccia così confezionata, infatti, aveva prestazioni imprevedibili e nel 99% dei casi la rosata che si otteneva non aveva una buona densità. Per questo si cercava di rimediare utilizzando fucili con canne lunghe e “strozzatissime” ed
il bersaglio a cui si mirava doveva essere tassativamente statico. Lo spreco della selvaggina e delle munizioni non era contemplato!

E’ facile intuire che all’epoca il lato economico era la prerogativa principale che il cacciatore salvaguardava. Tra gli anni 60-70, con 2.000 lire, mio nonno comprava un pacco da 25 cartucce denominate “Gazzella”, confezionate sempre dalla ditta Summonte di Ercolano. Queste munizioni erano caricate con 1,9 grammi di polvere GP della Baschieri&Pellagri ed avevano un borraggio composito, costituito da una borretta soffice sovrapolvere di 4mm, da una borra intermedia di lana e da una borretta contenitrice di cartolana di 2mm. Contenevano pallini in piombo temperato n° 9. Facendo due conti, da una scatola mio padre ricavava 50 cartucce calibro 24, con un costo unitario di 40 lire.

La ricarica al giorno d’oggi

Oggi, con il progresso economico e tecnologico, la caccia in generale è divenuta un’attività praticata per passione, e proprio questa passione, e non più il lato economico e sussistenziale, è divenuta il motore del movimento venatorio moderno. E lo stesso è accaduto di riflesso anche per la ricarica. Oggi, solo i veri appassionati o chi, come me, è stato infettato dal germe della ricarica da un amico o un parente (come avrete capito nel mio caso è stato mio padre) spendono tempo e denaro per trovare l’assemblaggio della munizione perfetta, dedicandosi alla ricerca delle componenti migliori e di attrezzatura sempre più tecnologica, badando veramente poco al lato economico.

Una delle mie cariche preferite: MBx36 1,85×35

Prendiamo, ad esempio, una delle mie cariche preferite che mi ha regalato molte soddisfazioni sul campo: l’MBx36 1,85×35. Una cartuccia che definisco poliedrica per tiri istintivi a breve distanza. Infatti, cambiando il diametro dei pallini la utilizzo sia per lo “spollo” e per “lo schizzo” dei tordi, che per la beccaccia o per la stanziale.

L’MBx36 è una polvere progressiva di forma lamellare, composta circa per il 90% da nitrocellulosa e per il 10% da nitroglicerina. Ciò permette grammature di piombo “pesanti” a partire dai 35 grammi. In particolare, per i tordi adopero 35 g di piombo n°11, una borra Gualandi Dispersante la quale è sovrapposta a 1,85 g di polvere MBx36. Il bossolo che utilizzato è un T2 della fiocchi da 70 mm con innesco 616. La chiusura è stellare per una altezza finale della cartuccia di 58 mm.

Considerando che in commercio 100 bossoli T2 con innesco 616 della Fiocchi costano 4,10 €, 1000 borre dispersanti Gualandi costano 30 €, 1 Kg di piombo costa 3,90 € e che 500 g di polvere MBx36 costa 25,4 €, il costo unitario della cartuccia risulterà essere di 0,30 €.

In armeria si può trovare una cartuccia simile, cioè l’MB dispersante della B&P. Essa presenta una grammatura di piombo di 33g con la pezzatura dei pallini che varia dal n°6 al n°9. La polvere utilizzata è l’MBx32 nella dose di 1,70g e la borra adoperata è la PL dispersante. Il tutto è contenuto in un bossolo gordon di plastica con innesco cx2000. Il costo della confezione contenente 25 cartucce è indicativamente di 11-12 €, per un costo unitario di 0,44-0,45 €.

L’emozione della ricarica

In definitiva credo che oggi, fra i costi dei materiali e il tempo speso per l’assemblaggio, a spingere il cacciatore verso la ricarica rispetto all’acquisto di munizioni commerciale, sia la passione più che il fattore economico e la ricerca di una configurazione ideale che dia soddisfazione a caccia. Le munizioni commerciali, anche se consentono prestazioni costanti e di buon livello, sono prive dell’emozione che ogni singolo ricaricatore trova nello sparare le proprie cartucce.

Buona ricarica a tutti.

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