L’alunno e il Maestro

E’ stata l’ultima grande Apertura alla Stanziale Protetta con mio padre Ilvo, maestro di etica venatoria e di Caccia.
Ventista da sempre mi insegnò, prima dell’uso, il rispetto dell’arma, da esperto balistico qual’era.
Appassionato di munizionamento, caricava anche un’ottima cartuccia: polvere Sidna, borra in feltro paraffinata, piombo 9, orlatura tonda e chiusura in cartoncino a “occhio di pernice“. Le ho sparate per quasi 30 anni. Una certezza!

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Alla Pernice, devo ammetterlo, aveva una marcia in più, era molto tattico, calmo, riflessivo e quando aveva la certezza della presenza della brigata concludeva sempre al meglio la battuta di Caccia. Era solo una questione di tempo e pazienza…….. quella che ai tempi mancava al sottoscritto, l’alunno, appunto.
Per questo motivo alla Stanziale Protetta mi piaceva cacciare insieme, avevo solo da imparare, si cercava la stessa brigata e sarebbe stato inopportuno dividerci.

L’apertura qui in Sardegna è sempre un evento, un rito tra il sacro e il profano. La Pernice è la nostra preda, sarda come noi.
Dove nasce, infatti, muore.
Il territorio, anche per le brigate prossime, future, è sempre lo stesso, quello natìo, per questo motivo la barbara è perfetta padrona di casa, conoscendone ogni angolo più remoto.
Esemplare unico, rapida e veloce nell’involarsi ma ancor più scaltra di pedina, quasi sempre la sua prima scelta come via di fuga.
Il suo habitat spazia da territori brulli con seminativo selvatico alla nostra macchia mediterranea, a roveti, felceti e spineti, pietraie a noi quasi impraticabili, costoni scoscesi esposti al sole nella piena calura estiva.
Sempre all’erta, capaci, al minimo segnale di pericolo, di involarsi all’unisono con tutta la brigata…….. lunghe e fuori portata di tiro!!!
La rimessa è quasi sempre a vista ma alle volte diventa molto difficile da raggiungere.
E’ barbara di nome e di fatto, darle la Caccia richiede molta esperienza, niente dev’essere lasciato al caso, neanche il minimo particolare. Basta un nulla, un qualsiasi imprevisto, che la giornata è andata persa.

La giornata di Caccia.

Quell’apertura non la scorderò mai, una grande emozione che solo la vera Caccia sa riservarci.
Era il Settembre del 2001, ancora la popolazione delle barbare era cospicua, la nostra zona era intatta, anche dall’annoso problema dei roghi estivi, piaga atavica della nostra terra sarda.

La zona di Caccia era una grande pianura a 500 mt. sul livello del mare, sempre fresca e ventilata, in gran parte coperta di fitte e basse stoppie, in altra di cespugliato, roveti e felci. Un vero regno per la Pernice, la Lepre e la Quaglia.
Provammo la zona una prima volta ad una ventina di giorni dalla data fatidica, in quegli anni avevo Zazà, femmina di Setter, il cane più completo, fino ad oggi, della mia vita da Cacciatore. La piuma era la sua specialità, grandissima a Pernici e Quaglie ma eccezionale a Beccacce………… quando non c’erano, le inventava.
Avevamo il giusto collegamento, sapeva sempre cosa fare. Abbiamo trascorso insieme oltre tredici anni di meravigliose avventure di Caccia. Mi ha insegnato tanto…………
Alla stanziale si usciva solo con Lei, la sua esperienza era tanta roba, io e mio padre dovevamo solo incorniciare il suo capolavoro.

Durante la prima uscita di controllo, al mattino presto e con un gran caldo, non involammo le barbare ma tornammo con la certezza della loro presenza. Il “traffico” marcato da Zazà la diceva lunga.

Ritornammo una seconda volta la settimana precedente all’apertura ma nel tardo pomeriggio e quasi non credevamo ai nostri occhi. Passeggiando e lasciando girare il cane ci imbattemmo in una brigata al di fuori della nostra conoscenza. Il gran lavoro di Zazà ci permise di riuscire anche a contarle, erano addirittura diciannove. Incredibile!!!
Mai viste così tante negli ultimi anni.
L’augurio fu quello di poterle ritrovare la domenica successiva.

Quella stagione del 2001 avevamo a disposizione, da legge regionale, cinque giornate intere, tutte alla domenica, con un massimo di abbattimento di quattro Pernici a giornata per ciascun cacciatore.
Ricordo che la sera precedente al grande evento una perturbazione proveniente dal nord Africa spaccò letteralmente l’estate. Venti caldo umidi da sud portarono nella zona di battuta enormi banchi di nebbia, le previsioni per l’indomani non promettevano miglioramenti e conoscendo la situazione meteo della nostra zona c’era da aspettarsi il peggio.

La vigilia, quindi, dopo aver preparato con cura e attenzione tutta l’attrezzatura, andai a dormire presto. La sveglia era puntata alle 04,30, all’alba del giorno tanto atteso. Mi svegliai una mezz’ora prima, non vedevo l’ora di arrivare a casa di mio padre per poter liberare Zazà di persona, la tenevo ancora nel suo giardino in attesa di trovare la giusta sistemazione dove risiedevo allora. Mio padre scese nel pieno delle coccole che sempre ci scambiavamo con il cane e poco dopo eravamo già in strada. A pochi chilometri dalla zona di Caccia, la nebbia ci costrinse a rallentare e tenere gli occhi ben aperti ma arrivammo comunque in perfetto orario.

La macchia era intrisa dall’umidità della notte ma il vero problema, si notava che ancora era buio, era la totale mancanza di visibilità. Dovevamo sperare che il vento cambiasse direzione e quindi aspettare. Dopo più di un’ora, con il sole che sorgeva, la nebbia cominciò a diradarsi, Zazà fremeva all’interno del box, mio padre si disse certo che le condizioni un pochino sarebbero migliorate e mi raccomandò di tenere il cane a guinzaglio fino al punto programmato. Ci incamminammo piano piano e saltato il primo muretto a secco lasciai libera Zazà. Io e mio padre larghi e a vista dietro la cagna che copriva il terreno con padronanza, conoscenza e sicurezza, il naso alto al vento a cercare l’emanazione giusta, quando, a ridosso di un banco di rovi basso e fitto , difficoltoso da attraversare, Zazà rallentò l’andatura all’improvviso e di colpo andò in ferma. Pochi secondi e ruppe per andare bassa bassa e cauta……. di filata. Pensai ad una coppia di quaglie, di solito razzolavano proprio in quel punto ma vidi il mio vecchio che in silenzio e con la mano alzata cercava di attirare la mia attenzione. Si avvicinò a me con cautela sussurrandomi di andare a piazzarmi sul bordo opposto del fitto banco di rovi…….. e tenermi pronto.

Con Zazà sempre in ferma raggiunsi il punto indicatomi. Solo allora mio padre si mosse lentamente avanzando alle spalle del cane che con il muso sembrava indicare la loro direzione. Pochi istanti e Zazà si girò lentamente su se stessa e fermò ancora. Una coppia di barbare si involó bassa e veloce quasi a coprirsi con la vegetazione. La doppietta di mio padre le centró tutte e due, Zazà era però ancora in ferma tanto che altre tre barbare si involarono verso di me. La prima quasi mi sbattè addosso e la sbagliai, le altre due caddero poco più avanti. Trovammo dunque tutta la brigata in un fazzoletto di terreno e dopo l’ottava Pernice, come legge imponeva ed etica richiede……….deponemmo le armi continuando ad ammirare e apprezzare il lavoro di Zazà. Fu una bellissima giornata di Caccia, l’ultimo grande carniere a Pernici con il maestro che dall’alto dei suoi 78 anni si difendeva ancora bene.

A Lui, dovunque ora si trovi, dedico questo racconto di Caccia.

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