Le mie prime beccacce con Snoopy e la Vespa 50

A diciotto anni, infatti, non presi la patente di guida ma la licenza di Caccia. Era il mio sogno, fin da bambino e finalmente il sogno quel giorno si avverava!

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La passione per la Caccia era così grande che sarei andato a Caccia anche a piedi. Allora, oltretutto, bastava allontanarsi qualche chilometro dal centro abitato e già l’aria profumava di natura. La campagna era curata e lavorata alla vecchia maniera rurale, pochi i mezzi meccanici e tanta la manualità. Fatica e sudore ma grande rispetto.

Ad una decina di chilometri da casa………….. c’era una volta Surigheddu, riserva di Caccia e azienda agricola, fiore all’occhiello della provincia di Sassari e fonte di lavoro per tante famiglie. Vigneti, uliveti, frutteti, distese di seminativi vari e acqua in abbondanza facevano sì che al suo interno e nei dintorni la selvaggina trovasse il suo habitat preferito.
La proprietà dell’azienda teneva molto anche alla fauna selvatica e nonostante la selvaggina autoctona fosse molto numerosa, insisteva con il ripopolamento del Fagiano, del Colino della Virginia e della Lepre ungherese.
Sei guardacaccia, anche a cavallo, garantivano il servizio di vigilanza. Il loro capo era amico e compare di mio padre e insieme mi insegnarono l’abc dell’etica venatoria e della Caccia.

Giovanni Maria, anch’io lo chiamavo “compare” e non potrò mai dimenticarlo. Conosceva l’azienda come le sue tasche, fino all’ultimo capo di selvaggina presente e tutte le loro abitudini. Fu Lui a farmi vedere per la prima volta una brigata intera di Pernici che di pedina scendevano dall’alto di una collina. Era tanto simpatico quanto severo, ma il suo grande rapporto con i cani era unico. Aveva una piccola muta di cagnetti per la caccia al coniglio, tutti meticci, incrociati, un spettacolo! Durinda, Runcuniedda, Morettina e Diana, quasi un volpino, di una bravura esagerata. Quando si andava a liberarli dal canile portava sempre con sé del pane duro che spezzettava dopo essersi bagnato le mani di saliva e porgeva ai cagnetti felici. Per la caccia alla piuma, invece, separati in un altro canile, aveva due splendidi kurzhaar, Jim e Tuffo, solo ed esclusivamente per la Caccia a Pernici.

Grazie a mio padre, a compare e al direttore dell’azienda, anch’egli Cacciatore, godevo del vantaggio di poter attraversare il territorio della riserva approfittando della sua rete stradale interna. Questo mi permetteva di raggiungere più facilmente meravigliose zone di Caccia, limitrofe, chiaramente, alla Riserva di Caccia stessa.

Erano i miei “primi passi” da Cacciatore, con la mia licenza, il mio cane e il mio schioppo. Teoricamente ero abbastanza preparato, praticamente avevo ancora tanto da imparare.

Io da giovane con Snoopy
Io da giovane con Snoopy

Snoopy, un incrocio tra Cocker ed Espaniel Breton fu il mio primo ausiliare. Arrivò in famiglia, regalato da amici, sotto le (false) vesti di Cocker puro, doveva crescere in casa come cane da salotto e compagnia ma il mio vecchio ben presto si accorse dello scherzo che di tanto in tanto la natura riserva. Il Breton del vicino di casa del proprietario della mamma di Snoopy aveva anticipato l’unione programmata. A breve, infatti, venne fuori il carattere e la tenacia del soggetto tanto che una volta provato sul terreno di Caccia venne promosso a pieni voti. Instancabile, avido nella cerca, abile nel riporto, intelligente e obbediente. La ferma ereditata dal Breton. La sua casa, insomma, era il nostro territorio di Caccia.

Ricordo bene che in quel periodo mio padre andava a Caccia con un amico che, per dirla tutta, a me non piaceva, non lo consideravo un vero cacciatore, sparava a tutto quello che poteva e aveva, per dirla tutta, mezzo cane. Io, che già da allora preferivo cacciare da solo, approfittai del fatto che Snoopy seguiva più me che il mio vecchio e con la scusa che il cane, insieme a loro, non rendesse al meglio………… presi la mia strada.

Il mio mezzo di trasporto era la mitica Vespa 50 special, il cane trovava posto sulla pedana ma sempre con il muso fuori dallo scudo per scrutare l’orizzonte. Io per combattere il freddo dell’inverno indossavo la cerata completa di giacca e pantalone sopra il resto dell’abbigliamento. Guanti e passamontagna, semiautomatico Breda Risciò cal. 20, a tracolla con canna in giù ……. e via felici verso “l’avventura”.

La zona di battuta, a Beccacce, era a circa 10 chilometri da casa, tre dei quali, gli ultimi, sulle strade sterrate interne alla Riserva di Surigheddu. Nel varcare l’ingresso dell’azienda era d’obbligo il saluto di ringraziamento al guardiacaccia di turno e a chiunque si incontrasse, poi, pian piano fino a percorrere la grande spalla di contenimento del bacino che portava al muro di confine della riserva.
Parcheggiata la vespa, con l’arma rigorosamente scarica e il cane al guinzaglio, dopo essermi alleggerito e aver smesso di battere i denti, varcato il muro di confine salivo subito per la “piana”, molto ampia, umida, a tratti acquitrinosa, coperta di macchia mediterranea rigogliosa: mirti, lentischi, corbezzoli, cisti e qualche quercia da sughero isolata qua e là rendevano impareggiabile quella zona di Caccia, denominata S’Incantu, un incanto, appunto. Conoscevo il posto molto bene, fin da piccolo mio padre mi portava con sé e con la sua setter Ninfa.

Era un regno anche per la Beccaccia, dovevo prestare molta attenzione subito dopo aver liberato il cane , il punto d’accesso alla piana era ottimo appoggio per la Regina, inoltre il cane, giovane e avido, nelle prime ore del mattino era molto carico……. e rapido. Infatti, dopo circa un centinaio di metri il codino di Snoopy ruotava che sembrava un’elica. Prendeva traccia sempre in quel modo, con il posteriore leggermente più basso e si arrestava solo a distanza ravvicinata dal selvatico, lo marcava stretto, per capirci. Eravamo giovani tutt’e due e allora non avevo difficoltà a stargli dietro. Poco dopo, a ridosso di un muretto a secco, nella fitta macchia di cisto con una grande quercia nel bel mezzo, Snoopy era in ferma! Allora, ricordo bene, la Beccaccia era molto più tranquilla di oggi, andava via raramente di pedina e prima di involarsi, il più delle volte…….. quasi ci si addormentava.

Non ho mai “spinto” il cane per l’involo ma ho sempre preferito lasciarlo concludere a suo modo. Dopo tanto attendere, al minimo movimento del cane, sua maestà decise di tentare la fuga involandosi a campanile e sfondando letteralmente la chioma della sughereta. La sparai di stoccata un attimo dopo che riapparve appena al di sopra della folta chioma……… tombola!
Spenta, cadde oltre la grande quercia, mi spostai di lato per accedere al passaggio quando vidi Snoopy, tronfio, venirmi incontro con la Beccaccia. Felice per il cane, la presi tra le mani lisciandole le piume e riponendola nella cacciatora mi diressi verso il centro della piana, il punto migliore della zona, laddove l’avvallamento del terreno tratteneva più a lungo l’umidità. Il boschetto di querce, visibile a distanza, incorniciava quel tratto di S’Incantu.

Ormai a due passi, Snoopy cambiò atteggiamento, la cerca si fece più attenta e circoscritta, il passo più lento, le note del campano cambiarono tonalità………
Imparai presto a leggere lo spartito del campano e capire la situazione pur senza vedere il cane, oltretutto di piccola taglia e facile a sfuggire alla vista. Il silenzio, l’attenzione costante e l’istinto completavano la sfida con il selvatico……………..
Snoopy , nel bel mezzo della macchia, era in ferma, sapevo dov’era tanto che con calma e attenzione mi piazzai in un punto che mi permettesse di ampliare l’angolo di veduta. Il boschetto era la roccaforte della Regina e la rimessa, di solito era un rebus. A poca distanza c’era infatti un canalone impenetrabile dove la maggior parte delle volte era inutile tentare di ribatterla. L’attesa era snervante, nessuna nota dal campano, non si muoveva foglia. Il tempo sembrava essersi fermato quando ad un tratto il cane, molto lentamente, nel silenzio più assoluto, si mosse. Gattonava quasi strisciando e lo vidi quando a sei/sette metri da me, di nuovo in ferma e con il posteriore basso, spostava il muso a destra e sinistra, come a voler segnalare la presenza di due o più Beccacce. Quella scena l’avevo già vista, non mi era nuova, del cane avevo certezza!
Mi avvicinai di un paio di metri, la macchia si fece più aperta, la visuale si allargava. Aspettavo solo lo sfrullo che non tardò………. fu la mia prima coppiola, si involarono all’unisono prendendo direzioni opposte, una a destra e una a sinistra. Caddero tutt’e due, una di prima canna e l’altra di terza. La prima, più vicina la raccolsi io stesso, la seconda la riportò Snoopy che, strano ma vero, parve troppo frettoloso, infatti lasciò ai miei piedi la Beccaccia per tornare sul punto d’involo. Mi affrettai a sistemare la coppiola nella cacciatora e ricaricare il serbatoio del Breda, allora erano permessi ancora i cinque colpi.

In un batter d’occhio il cane, in traccia, ripartì accelerando l’andatura con il codino che andava a mille, io dietro, pronto…… al meglio. Andammo avanti così per un bel pezzo, tra una ferma e l’altra, finché, in prossimità del cespugliato di corbezzolo, dopo aver rallentato l’andatura concluse bloccandosi di colpo, con una ferma spettacolare, come se davanti avesse avuto un muro. Il posteriore era alto e il muso quasi a toccare il terreno. In un lampo tre Beccacce, una subito dopo l’altra……. presero il volo. La prima, dritta e bassa di fronte a me cadde con il secondo colpo, la seconda alle mie spalle cadde di prima mentre s’impennava, la terza, facilissima di traversone sinistro, riuscii a sbagliarla nonostante i due ultimi colpi a disposizione.

Cinque Beccacce posson bastare, pensai, tra me e me. L’ora era già tarda, mi aspettavano a casa, era l’8 dicembre, festa dell’Immacolata e si festeggiava in famiglia. Mamma preparava i malloreddus alla campidanese, l’agnello al forno e i suoi buonissimi dolci, papassini e pirichitti fatti rigorosamente a mano.
Si rientrava a casa, in famiglia.

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