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L’orizzonte ad altri

Il passo è pesante e affonda poderoso nel leggero strato di fango, che risale adattandosi alla suola serpeggiando fra lo scarpone e i solitari fili d’erba che cercano un aggrappo, un appiglio nell’inconsistenza della superficie umida. Guardo a terra e vedo uno strato nero di melma fangosa, scura, carnosa, morbida e feconda, una superficie leggera che nasconde un substrato duro, forse roccioso. Vedo le mie impronte, definite, precise e riconoscibili. A ogni passo posso leggere fra quei segni. Leggo il mio peso, la mia umile estrazione sociale, la mia leggera postura sbilanciata a destra, la mia velocità, la mia scivolata… ci posso vedere il mio stato d’animo, lo noto nelle soste costanti e ripetute, lo leggo nell’erba sporca dove ho ripulito la punta dello scarpone, scopro chi sono guardando a terra, tutto fra i segni che lasciamo dietro di noi.

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E allora…

e allora inizio a capire…

Inizio a capire quello che pochi possono capire, inizio a ripensare a quanto ho e abbiamo da raccontare, quanto noi cacciatori possiamo raccontare guardando a terra, scrutando ciò che nessuno guarda, lasciando ad altri l’orizzonte o il tramonto, ma guardando i nostri piedi, limitando il nostro sguardo a qualche centimetro avanti o dietro a noi. Limitando lo sguardo possiamo vedere oltre.

Vedo le impronte della lepre, due piedi dietro paralleli e due davanti sfalsati, e così vedo le tracce lente sul sentiero, regolari continue per metri, poi si allungano, si disperdono e poi riappaiono. Posso vederla alzare le orecchie, mettersi sulle gambe posteriori, ascoltare sospettosa ruotando i padiglioni, abbassarsi e scattare senza eccessiva foga ma cambiando di frequente la direzione.

Vedo orme parallele di corvo saltellante, serio, impettito, sospettoso, lo posso sentire gracchiare, posso vedere fra il fango il suo stormo muoversi costante, rovistare e involarsi unito se la sentinella chiama.

Vedo sotto la siepe la terra smossa, immagino il piede veloce e l’ala che sbatte ritmica sul costato, il becco arancio e gli occhi vivaci del merlo sempre allerta che “chioccola” ritmico.

Due passi e la pozza mi lascia immagini di colombacci, colombi che bevono sospettosi nel loro andirivieni senza sosta, nel loro lento passeggiare ciondolante, sempre pronti a partenze improvvise con voli radenti e risalite vertiginose.  Voli di pattuglia con il cuore in gola per poi rilassarsi e atterrare esattamente nello stesso identico punto.

Vedo la castagna con un foro da roditore e li vedo quello scoiattolo aggrappato che rosicchia, diffidente, con gli occhi che scrutano lontano e lasciano alle zampe e agli incisivi il compito di battere il tempo.

Poco più in là fra la neve che ancora si aggrappa alle le ripide discese esposte a nord, vedo i passi pesanti del fagiano maschio che già combatte, che si affronta, lo vedo nelle due impronte convergenti, nel groviglio di orme e piume, lo vedi nei segni dell’involo, l’ala che sbatte nella neve lascia due graffi paralleli, due segni come unghie di felino che graffiano il bianco.

Sulla discesa posso vedere i ramoscelli spelati, grattati dal capriolo che non ho incontrato sul sentiero ma che le sue dure e appuntite corna mi lasciano immaginare mentre saccheggia fresca corteccia proprio sul piano sopra il viottolo fangoso….

Sul viottolo dove da anni il mio cuore cammina senza lasciare impronte.

E allora penso….

Penso a quante impronte su quel sentiero, quanti hanno calpestato quello stesso fango, quanto nello scorrere di una vita il segno che lasciamo, cambia, quanto può essere leggero e impalpabile da bambini, quanto può essere sfuggente la nostra traccia perché il sentiero non lo si percorre a quell’età ma lo si usa come pretesto per avventure misteriose ai suoi lati.

Penso a come poi con gli anni diventa regolare, ordinato, come si allinea a quello di un adulto che ci precede sicuro.

Penso a come si fa nervosa la traccia quando il mondo ci chiama, quando si morde il freno, quando gli ormoni ci predano la ragione…. che impronte agitate, corse, salti e arresti improvvisi, figli del bambino che ancora cerca spazio.

Poi i passi si fanno sicuri, regolari, qualche segno d’inciampo, qualche imprecisione dovuta alla troppa fiducia. Il sentiero mi lascia immagini inconsistenti, impalpabili, la saggezza è leggera, poche e misurate tracce.

Infine, i passi si rifanno ravvicinati come nell’infanzia, li vedi lenti, leggeri, titubanti, e sempre più rari, fino a vederli come involi nella neve, con la speranza di aver lasciato due segni paralleli, due graffi nella memoria di qualcuno che possa leggerli e tramandarli.

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