Il prelievo. E’ giunto il momento di sparare

Weidmannsheil e buon anno colleghi!
Vogliate scusarmi per il ritardo, ma da bravo cacciatore ho perso la concezione del tempo mentre mi dilettavo in uscite venatorie, ma veniamo a noi, alla nostra passione.

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Scendiamo dalla macchina, partiamo a piedi con lo zaino, carabina e binocolo a tracolla, camminiamo tentando di limitare i rumori al minimo indispensabile, è ancora notte, la torcia c’è ma è nella tasca superiore dello zaino, noi la strada la conosciamo maniacalmente, conosciamo tutti i sassi, quelli tondi e quelli a punta che fuoriescono dal sentiero, quanti passi ci sono tra uno e l’altro, dove il terreno è più soffice e dove invece se mettessimo lo scarpone si sentirebbero altri sassi stabilizzarsi e quel boato (che solo per le nostre orecchie è un boato, per tutti gli altri è un normale passo) renderebbe vano tutta la nostra cura utilizzata per arrivare fin là.

Man mano che camminiamo vediamo in lontananza, oltre alle cime, iniziare la preistorica lotta tra tenebre e luce, affrettiamo l’andatura in quanto vogliamo esser sicuri di volere esser nel punto giusto almeno una decina di minuti prima dell’orario stabilito; continuiamo a macinare strada, si palesa che i conti fatti il giorno prima riguardanti l’orario di partenza e a che ora essere sul posto, erano perfetti, siamo perfettamente in anticipo sui dieci minuti di anticipo che ci eravamo prefissati per non correre il rischio di essere troppo poco in anticipo. (Alzi la mano chi non si prende di larghissimo anticipo per partire ad andare a caccia!)

Siamo sul posto da noi prescelto, appoggiamo lo zaino dolcemente a terra, controlliamo bene che la roccia che avevamo prescelto per appoggiare il fucile sia ancora la soluzione migliore e sopra ci deponiamo la nostra arma preventivamente caricata, ci sistemiamo a terra e iniziamo a scrutare il punto in cui abbiamo quasi la matematica certezza che vedremo l’ungulato da prelevare. Proprio il fatto che non si abbia la certezza della comparsa del selvatico fa si che il nostro cuore inizi a fare qualche battito in più, ma manteniamo la calma cosicché la sudorazione delle nostre mani non cambi. Continuiamo a fissare la zona in cui solitamente compare ma ancora nulla, nel frattempo dietro le cime il giorno comincia ad innescarsi e la visuale inizia a migliorare con lo scorrere avido dei secondi. Vediamo qualcosa, è lui? «Sì, sì, matematico, è lui!»«ma… forse, ancora non si vede benissimo…» «Meglio guardare dall’ottica di puntamento…» «Sì, si, è lui, garantito…»

Ci adagiamo per terra in maniera di esser adeguatamente comodi, abbracciamo ben bene il fucile e lo facciamo aderire alla nostra spalla, controlliamo che la posizione della preda sia favorevole al colpo, ovvero che ci mostri il fianco, questa posizione viene definita anche “a bandiera”, personalmente sconsiglio sempre tiri frontali in cui si ha la minor parte di selvatico disponibile, la possibilità d’errore aumenta considerevolmente. Conoscendo bene il luogo sappiamo anche quanta distanza c’è tra noi e il bersaglio, quindi prenderemo le contromisure del caso (chi usa la torretta la adeguerà, chi ha i riferimenti nell’ottica farà i suoi calcoli); controlleremo di avere a disposizione un colpo sicuramente mortale (ovvero su organi mortali, generalmente il cuore), perché questo siamo tenuti a garantirlo alla nostra preda, la minor sofferenza possibile deve essere il nostro credo!

Ora, è quel momento in cui siamo tutt’uno con l’arma, non è più un corpo esterno, è un prolungamento meccanico del nostro corpo, un’appendice. Sappiamo con precisione micrometrica dove appoggiare le dita: il nostro pollice, guidato dall’atavico istinto venatorio, toglie la sicura: un assordante “CLICK” squarcia il silenzio e noi vediamo le orecchie della preda muoversi perché hanno sentito un rumore al quale non sono abituate; subito dopo attiviamo l’alleggeritore di scatto: e un altro “CLICK” risuona nell’aria per la seconda volta in pochissimo tempo; l’animale sente un rumore metallico provenire sempre dallo stesso punto per due volte nel giro di un brevissimo lasso di tempo e si palesa il suo essere preda: tutti i sensi si allertano, le orecchie tentano di captare ogni minimo rumore, fosse anche il nostro respiro, diventa nervoso ed inizia a guardarsi attorno per capire, in ogni caso, rischiamo di essere compromessi e lui di ritornare nella macchia e tanti saluti ai nostri sogni venatori.
Questo istante ricalca esattamente lo stesso momento in cui noi abbiamo fermato il nostro respiro per stabilizzare perfettamente l’arma, è questione di frazioni di secondo, che però a noi sembrano scorrere con molta più lentezza, controlliamo ancora dove andrà a colpire il nostro proiettile, e poi l’indice si appoggia al grilletto e andrà a vincere la flebile forza della leva di scatto. Tutto poi è un susseguirsi di immagini, suoni e odori che si racchiudono in pochissimi istanti: la fiammata che esce dalla canna, il fragore dello sparo, il profumo della polvere da sparo bruciata, il tuo sguardo sulla preda, la preda che accusa il colpo e poi crolla a terra esanime. Aspettiamo ricaricando il fucile, in maniera che, se il colpo non fosse stato sfortunatamente letale, potremmo facilmente ripetere il colpo mentre si rialza e porre fine all’agonia dovuta al primo colpo.

Sento, ad onor del vero troppo spesso, nelle storie raccontate da cacciatori in cui vengono fatti tiri a “distanze siderali” dove le prede crollano esanimi, se proprio proprio dobbiamo fare la gara “del righello” (conosciuta anche con altri nomi, un po’ più volgarotti), ricordiamo che il vincitore della gara in questione è chi si avvicina di più all’animale, non chi riesce a colpirlo sparando dalla Luna, sicuramente chi ha una tale precisione è un ottimo tiratore, probabilmente roba da olimpiadi, ma non scherziamo, a caccia, teniamo sempre a mente che abbiamo un obbligo morale, nei confronti delle nostre prede, che è quello di infliggere loro la minor sofferenza possibile. Quindi per facilitare il nostro compito, riduciamo le problematiche riducendo la distanza! Raccontare al bar di aver preso un cervo a 50 metri è molto più appagante che centrare un bersaglio a “distanze siderali”, perché siamo selecontrollori, non cecchini.

Alla prossima e Weidmannsheil!

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