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Un riporto di un cane risorto

“Talvolta la vita tende a darti addosso con una serie di eventi che ti buttano giù, ti sotterrano e ti rendono vulnerabile al più blando degli attacchi. L’unica soluzione per sopravvivere è reagire e far sì che tutto torni sul binario principale. Ma non è semplice. Non lo è affatto. Per farlo serve avere qualcuno di speciale al tuo fianco che, come un faro nel mare in tempesta, ti riesca ad aiutare a portare “la nave nel porto”. Poi, come per magia, si creerà un legame indissolubile, più forte di tempeste e terremoti, che condizionerà positivamente le vite di entrambi, rendendoli “esseri” migliori.”

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Come coltelli

Quella mattina di Gennaio inoltrato nei miei occhi scorrevano le immagini delle innumerevoli visite in clinica veterinaria, con il costante e inconfondibile sguardo triste del vecchio Spinone che vedeva innanzi a sé un buio futuro.

Quelle immagini avevano come colonna sonora le parole espresse da più veterinari. Erano taglienti come coltelli. Contorniate da pareri freddi, espressi da menti che conoscevano a memoria la teoria ma la esponevano come uno “studente pappagallo”, di quelli che ripetono parola per parola la lezione studiata sul libro, senza aggiungerci passione, cuore e un briciolo di cervello. Pur essendo di fronte a grandi professionisti, con fior fior di cliniche e liste interminabili di clienti, io e il vecchio Spinone ci sentivamo persi in un mare di parole senza senso.

Come si può pensare di far operare alla spina dorsale un cane di dieci anni? Come si può parlare di costi dell’operazione quando il cane in questione è più morto che vivo? Ad oggi non ho ancora trovato risposte soddisfacenti a queste domande.

Io e mio padre decidemmo di far fare alla natura il suo corso. Orso, con un po’ di cortisone in corpo e con delle calze antiscivolo da bambino, tornava intanto a camminare. Poi a correre. Poi a fermare e dulcis in fundo a riportare. Sembrava una favola ma era l’assoluta verità.

Quella mattina di gennaio inoltrato

Tornando alla mattina di gennaio inoltrato, ricordo che la temperatura era sotto zero e i germani quella mattina non si muovevano. Il Grande Fiume era una grossa pista d’atterraggio di un aeroporto che non attendeva nessun volo in arrivo. Decisi di appostarmi sulla riva di un lancone che costeggiava il Po, sperando nel passaggio di qualche coppia di “tedeschi” da sistemare con una dose di piombo n.5.

Già da novembre i germani viaggiano in coppia con le consorti, che in primavera ripopoleranno le zone limitrofe. La mia era una scelta disperata, presa da uno che ormai aveva alzato bandiera bianca. Mio padre invece, insieme al “risorto” Orso e al “risoluto” Caio, decise che, col suo sovrapposto Redolfi da 75 di canna, sarebbe andato a far passare degli alti pioppi, con la speranza trovarci appollaiato qualche infreddolito colombaccio.

Tornando a me, per una frazione di secondo vidi passare uno stormo di otto “tedeschi” nell’azzurro del cielo, che si andarono poi a mescolare col marrone della riva opposta e infine andarono sparendo dietro alla riva piacentina. Cominciai a richiamarli con dei quack molto rapidi e forti utilizzando uno dei miei richiami a fiato.

Ad un tratto una coppia di germani, attratta forse dalla mia cantata o dalla facile pastura che offriva la lanca, decise di virare e tornare a dare un’occhiata. Allora fischiai note calme di benvenuto, poi segnalai che c’era pastura e infine diedi un paio di note col richiamo da germano maschio. La coppia sembrava incantata dal mio repertorio, finì, dopo alcuni giri sempre più stretti, per passarmi a tiro di schioppo. Non avevo “gioco” in acqua e quindi non si sarebbero posati e quindi decisi di tirare al volo.

Bam! Padella!
Bam! Caduta!

Mi calai in acqua e la germana era sparita. Poi la vidi riemergere e sparire di nuovo. Era ferita! Ricaricai il Beretta S55 e risposi alla telefonata di mio padre. Non feci in tempo a spiegargli la situazione che avevo già svuotato il fucile e la germana era ancora lì, con tutte le penne in ordine. La colpii altre quattro volte ma la “furia teutonica” non voleva mollare. L’avevo a 15 metri e le Baschieri sembravano non scalfirla.

Arrivarono il “risorto” e il “risoluto”. Caio, un buon cacciatore ma ancora inesperto, si gettò in acqua alla ricerca di qualcosa che galleggiasse. La germana era però sott’acqua, aggrappata a un grosso legno che la stava salvando… almeno fino all’arrivo del “risorto”. Con quelle calze sulle zampe posteriori sembrava uno di quei cagnolini da borsetta che vengono vestiti da quegli animali dei loro padroni. Il ”risorto” puntò quel legno e immerse la testa come un u-boot. Quando la tirò fuori aveva in bocca la germana ancora viva.

Scoppiai in un pianto liberatorio. Orso risalì con calma la riva, rifiutò di lasciare l’anatra a mio padre e, con Caio alle calcagna, venne a posarmela in mano. Lo abbracciai, lo baciai e me lo strinsi forte al petto.

Una foto a ricordo di quella di giornata, Io e Orso.

Quella germana qualche mese dopo finì tra le sapienti mani della mia cuoca di fiducia: mia madre. Insieme a delle ottime patate e del gutturnio piacentino accompagnò un tipico pranzo domenicale in famiglia. Nel gustarla ancora la mente e gli occhi visualizzavano e rimacchinavano il tutto. Tante volte sono le cose semplici a dare più gioia, a riempire più il cuore e a dare voglia di vivere.

Viva il risorto (quello bianco arancio…)

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