Fauna e AmbienteGestione Ambientale

Una nuova legge europea sul ripristino della natura… o del neocolonialismo urbano?

Sulla Nature Restoration Law sono scettico, qui vi spiego il mio punto di vista.

Mercoledì 12 luglio 2023, con 336 voti a favore, 300 contrari e 13 astensioni, il Parlamento europeo ha adottato la proposta sulla “Legge sul ripristino della natura” che mira al recupero degli ecosistemi danneggiati, azione ritenuta fondamentale per combattere il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità e ridurre i rischi per la sicurezza alimentare.

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I deputati chiedono che, entro il 2030, l’UE adotti misure per il “ripristino della natura” che coinvolgano almeno il 20% delle aree terrestri e marine europee, evidenziando che la legge non imporrà la creazione di nuove aree protette nell’UE né bloccherà la costruzione di nuove infrastrutture per l’energia rinnovabile. La normativa si applicherà solo una volta che la Commissione avrà fornito dati sulle condizioni necessarie per garantire la sicurezza alimentare a lungo termine e dopo che i Paesi dell’UE avranno quantificato le aeree da ripristinare per raggiungere gli obiettivi per ogni tipo di habitat.

Ma in quali contesti andrà ad agire la legge?

Insomma, gli obbiettivi sono condivisibili… a patto che ci si impegni veramente a coinvolgere da vicino tutte le parti della società, gli stakeholder, che sono direttamente interessati dalla nuova legge; deve essere un processo che produca un impatto particolarmente positivo su coloro che dipendono direttamente dalla natura per il proprio sostentamento: agricoltori, allevatori, boscaioli, pescatori, ecc…

Se prendiamo ad esempio il nostro Paese, circa il 77% della popolazione vive in città. È facile rendersi conto che le aree e le attività rurali non contano praticamente nulla in termini di consenso. Il mio timore è che con il nuovo atto le aree e le comunità rurali vengano ulteriormente vincolate, per i sensi di colpa dei cittadini nei confronti della natura, con un rewilding praticamente obbligato anche sulle proprietà private.

Il tutto facilitato e reso possibile dalle importazioni di beni primari. Secondo i dati raccolti da Coop, dal 1970 a oggi gli ettari di superficie coltivabile sono scesi da 18 a 13 milioni, mentre la popolazione è cresciuta del 10%. L’importazione è quindi indispensabile per produrre molti alimenti, anche quelli tipici del “made in Italy”. Solo per fare qualche esempio importiamo grano tenero dato che quello proveniente dalla produzione interna copre solo il 38% di ciò che richiede il settore, con importazioni da Canada, Francia, ma anche da Australia, Messico e Turchia. Lo zucchero viene soprattutto dal Brasile, mentre il pesce da Paesi Bassi, Thailandia, Spagna, Grecia e Francia, oltre a Danimarca ed Ecuador.

Oltretutto è facile immaginare che con l’abbandono delle aree marginali a farne le spese saranno proprio agricoltori e pastori e, forse ancor di più, chi vive nei parchi subendo ulteriori vincoli. Se stabiliscono aree da ripristinare si potrà arare o zappare a mano, togliere rovi o pascolare bestiame?

Il dato di fatto che riguarda le aree marginali è già realtà, il 5G potenzia le connessioni nelle aree metropolitane ma lascia le aree isolate senza segnale anche solo della telefonia ordinaria… questo è il futuro!?!

E la fauna?

La fauna degli ecosistemi “stepposi” agricoli potrà avere un beneficio? Forse in principio sì, ma sarà ben difficile compensare l’impatto negativo (meno 60% circa di calo degli uccelli tipici di questi ambienti dal 1980) già subìto a causa delle “moderne pratiche agricole“.

Ma con un ulteriore aiuto “all’abbandono” ed al successivo recupero, sul medio termine, di macchie e boschi la sensazione è che verranno avvantaggiate ulteriormente le specie legate a questo tipo di habitat, ungulati in primis. Nonostante la narrazione dominante, fatta di un “richiamo alla riforestazione continua”, attualmente più di un terzo (36,7%) del territorio italiano è ricoperto da foreste e questa percentuale è in costante crescita. La superficie forestale è pari a 11.054.458 ettari, con un balzo di quasi il 20% solo nell’ultimo decennio.

Conservare la biodiversità significa fare scelte che possano aiutare il numero massimo di specie non favorirne esclusivamente alcune a scapito di altre. È facilmente intuibile che in questo contesto vadano in sofferenza quelle specie tipiche degli ambienti aperti come dimostra la contrazione di diverse specie di galliformi (e.g. Forcello e Cedrone).  

Quindi?

Sembrerebbero le solite politiche che vogliono l’uomo esclusivamente cittadino: incellophanato in appartamenti stagni dove tutto deve essere artificiale e somministrato nell’utopia dell’impatto zero. Non occorrerà nemmeno più uscire, niente cinema c’è Netflix, niente ristorante c’è Deliveroo, niente negozi c’è Amazon, niente amicizie ci sono i social… anche le cose vicine saranno fruite da remoto.

Figuriamoci la natura che resterà lì fuori, distante, troppo lontana dalle conseguenze dei nostri gesti, a prendere ancora colpi nell’illusione di preservarla. La natura secondo la nuova religione deve essere messa sotto una campana di vetro, difesa perché l’uomo è malvagio. La divulgazione mediatica dominante e colpevolizzante mista ad una educazione ambientale impostata su una visione prettamente cittadina della natura e dell’agricoltura di sicuro non aiutano e non aiuteranno.

Mai che si pensi seriamente a bloccare il consumo eccessivo di suolo a carico dei terreni agricoli o a metter meno pannelli solari sui suoli coltivabili (che producono cibo!). Dal secondo dopoguerra il consumo di suolo è quadruplicato: più del 7,5% della superficie dello Stivale è in balia del cemento… in base ad uno studio del 2015 del WWF l’indice di urbanizzazione pro-capite a livello nazionale è passato in 50 anni dai 120 metri quadri per abitante agli oltre 370 attuali. Altro che aree marginali!

Non sembra poi che i più abbiano la coscienza di quanto stia realmente accadendo intorno a noi e forse finché le tasche e frigoriferi saranno pieni sarà difficile che le cose cambino. Gli attivisti, che tengono veramente all’ambiente, dovrebbero boicottare la grande distribuzione: se non arrivassero più generi alimentari nelle grandi città almeno ci si ricorderebbe da dove viene il cibo che non cresce sugli scaffali dei supermarket. Finché ci sarà l’importazione ad uccidere le filiere locali sarà difficile svegliare le menti sopite ed alienate.

Ragionandoci poi l’idea di concentrare la produzione nelle aree “vocate” di pianura, lasciando le aree marginali alla “rinaturalizzazione”, non è affatto nuova, se ne parlava già negli anni 60-70 del ‘900. È abbastanza chiaro come sia andata a finire.

Ci premuriamo per cercare di difendere, giustamente, le comunità dell’Amazzonia ma non ci interessa minimamente il lasciar morire quelle del nostro Appennino, con le loro eccellenze: le sementi, le razze autoctone, le peculiarità uniche, la cultura rurale. Senza dimenticare che l’agricoltura di montagna non è considerata funzionale tanto per gli introiti (minimi) quanto per la sua fondamentale funzione sociale e, soprattutto, di tutela e conservazione del territorio. La campagna non è una porzione di natura incolta. È un’istituzione umana, codificata nei secoli nell’immaginario delle persone che l’hanno creata. Tante sono le cose che l’hanno danneggiata: dall’esodo verso le cittadine industriali, dalle barbarie dell’edilizia moderna e dell’urban sprawl o degli agro-affari, fino alla cultura neocoloniale delle città, fondata sulla santificazione della natura intoccabile.

È giusto danneggiare deliberatamente tutto questo, escludendo proprio coloro che l’hanno conservato?

Secondo me non è giusto, così come non è giusto pensare ad una fruizione della natura, ma anche della montagna/campagna, esclusivamente turistica nella quale ogni cosa diventi intrattenimento rinunciando alla propria identità culturale, al paesaggio, alla propria dignità rurale fino alla stessa storia. Forse mi sbaglierò, ma la mia “neofobia” mi porta ad essere eccessivamente scettico… lascio ai posteri l’ardua sentenza!

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Luca Bartolucci
Luca Bartolucci
6 mesi fa

Sono un cittadino esodato in collina. Prima ci andavo per sport, turismo, avventura, da 20 anni ci vivo. Ho conosciuto i pochi che ci vivono da sempre, ho conosciuto i veri ritmi della natura, l’equilibrio della fauna. Sostanzialmente concordo su quasi tutto ma non vedo una via d’uscita, tantomeno una possibilità politica praticabile. L’attrazione della città e di tutti i suoi “comfort” è spropositata. Pochissimi accettano di vivere in campagna, fare legna, gestire un orto, tenere animali da cortile. Per le zone non vocate dal punto di vista agricolo ci sono solo due possibilità: l’evoluzione selvatica più o meno spontanea oppure l’uso turistico, con tutti gli impatti che ciò comporta. E confrontarsi con la “cultura cittadina” e le sue derive non fondate sulla realtà, è inevitabile, inutile sperare in altro destino. Complimenti alla redazione e grazie all’autore per aver sollevato temi di questo spessore in un ambiente, quello prettamente venatorio, che fatica a uscire dai propri schemi. Cordiali saluti.

Alessandro
Alessandro
6 mesi fa

P.S. dimenticavo un grave problema ma molto sottovalutato a mio parere, la massa di gatti che girano attorno a moltissime case abitate. Oltre a rappresentare un rischio per l’eventuale presenza possibile o futura del gatto selvatico, sono un flagello per le covate di tutti gli uccelli. Queste sono cose delle quali io nella mia zona provo a parlare e la gente mi guarda come se fossi un alieno.

Daniele
Daniele
6 mesi fa
Reply to  Alessandro

E notizia di questi giorni che in Australia il governo vuole contenere ,drasticamente I gatti, in quanto da un censimento fatto calcolano che ben 8 milioni di piccola fauna sono preda dei gatti ,metendo in pericolo certe specie autotone di Fauna selvatica.

Alessandro
Alessandro
6 mesi fa

Grazie per l’articolo ma non mi trova d’accordo. Vivo in Appennino e lavoro sul territorio. I boschi sono disseminati di rifiuti dappertutto con vere e proprie discariche e non mi si dica che è perché la raccolta dei rifiuti è arrivata tardi perché sono immondizie gettate ogni giorno. La triste verità è che la cultura rurale non è un idillio e a molta gente del suo territorio non gliene frega nulla. La fine della società in Appennino sarà la fine di molti scempi ambientali, perché assieme a chi il proprio territorio lo ama se ne andranno anche tutti gli idioti che lo rovinano (aimé anche alcuni cacciatori, soprattutto quelli che si fanno la licenza perché non sanno cosa fare la domenica), senza contare che le persone hanno bisogno di infrastrutture, strade, comodità, reti elettriche.. ho visto persino gente gettare insetticida su formicai all’aperto lontani dalle case, per non parlare del cloro nelle acque che ha sterminato gamberi e salamandre. Sarebbe un sogno per me vedere le montagne ricoperte dalle foreste come nei Balcani, l’unico timore è che alla fine sarà solo una scusa per disseminarle di parchi eolici e fotovoltaici.

marcello Guarnaccia
marcello Guarnaccia
6 mesi fa

Sono d’accordo con lei e ringrazio per le sue parole.
Sono ormai anni che il decadimento dei valori e conseguente indifferenza verso le tradizioni e la ruralità mi induce un inevitabile tristezza. Noi conosciamo profondamente e dettagliatamente la nature apprezzando in maniera immensamente adulatoria ogni battito d’ali, ogni foglia posata al suolo, ogni passo, ogni rigagnolo d’acqua, ogni soffio di vento sulle foglie, il volo alto e calmo di un rapace, lo sfrecciare veloce di uccelli. Siamo nati in simbiosi e a stretto contatto con la Natura e per questo conosciamo piante e animali e qualsiasi creatura, affascinati da sempre da ogni caratteristica e dalle abitudini delle varie specie. Tutto questo scaturisce in un enorme rispetto, affascinati ,inebriati dalla bellezza e dalla purezza.
I nativi D’America esprimono al massimo con il loro credo tali sensazioni. Cacciatori, Pescatori e Raccoglitori dove gli stessi Dei sono proprio le proprie prede. Difficile da Capire per l’ Homo Sapiens Occidentale del 2000.

ignazia tripoli
ignazia tripoli
6 mesi fa

un’analisi perfetta. solo gli ignoranti e gli incompetenti (che ai piani alti devo dire non mancano) possono concepire leggi sulla natura.a quanto parenon impariamo nulla dai nostri errori

Un vecchio che sa ancora leggere tra le righe
Un vecchio che sa ancora leggere tra le righe
6 mesi fa

la visione di insieme del problema è davvero intelligente. non la conosco ma condivido pienamente il suo pensiero. Grazie per averlo diffuso su organi di stampa.

Vincenzo Rizzi
Vincenzo Rizzi
6 mesi fa

assolutamente la sua posizione è priva di qualsivoglia principio scientifico

Giancarlo
Giancarlo
6 mesi fa

il suo pensiero e la sua analisi la Condivido pienamente.

Marco
Marco
6 mesi fa

molto daccordo, tutti allineati alle norme u.e.

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