Unforgettable… Indimenticabile Zazà

Si dice che nella vita di ogni Cacciatore ci sia stato un Cane indimenticabile, un cane con cui paragonare tutti quelli passati e futuri, un Cane che vivrà sempre e comunque nei suoi ricordi più belli!!!!
Quel Cane, nel mio caso, si chiamava Zazà, femmina di Setter bianco-arancio, dal collegamento innato e l’intesa perfetta.

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E’ stata anche la prima cagna che ho svezzato, coccolato, allevato e, da profano, addestrato. Ero andato a “pescarla” in quel di Arborea, era stata promessa ad un cacciatore collega del marito di mia cugina, trasferito a Oristano, quando all’improvviso saltò il contratto di locazione dell’appartamento con giardino e non sapendo dove sistemare il cane mi era stato chiesto se fossi interessato a prenderla con me. Conoscendo la provenienza non esitai un istante a portarla a casa. Evidentemente era destino……….

A quattro mesi esatti per la prima volta la portai alla scoperta della natura, ricordo che eravamo a fine agosto in zona di Pernici e Quaglie, territorio facile facile, poca macchia, ampie radure di cardo selvatico e qualche felce.
Mi aveva subito impressionato il suo primo approccio a quel mondo ancora sconosciuto, la sua sicurezza e non ultima la sua tranquillità. Grazie alla mia conoscenza del territorio quello stesso giorno aveva avuto la fortuna di involare le Pernici, “trattandole” con il piglio di un cane adulto.
Il buongiorno, è proprio vero, si vede dal mattino!!!!!
Preferiva senza dubbio la piuma, eccezionale a Pernici e Quaglie ma ben presto mi accorsi che a Beccacce aveva una marcia in più, era davvero incredibile.

Un solo neo: il riporto della Beccaccia stessa!
Sembrava letteralmente schifarla, infatti la addentava a fatica solo quando cadeva nello sporco impenetrabile, tenendola a malapena con la punta dei denti per lasciarla cadere subito al pulito. Per fortuna non si spostava mai dal punto di abbandono finché io non la raggiungevo.

La sua grande dote era “il senso del selvatico“, tale che in certe giornate, durante il tragitto, non appena ci si avvicinava al territorio di caccia iniziava a lamentarsi, come un canto stonato, per smettere solo quando scendeva dall’auto. Mi resi conto con il tempo che in quelle occasioni le giornate di caccia erano molto più ricche di incontri, più proficue. Inoltre, durante la battuta di caccia, le capitava alle volte di rallentare e di fermarsi ad osservarmi ed osservare più del dovuto, come svogliata, con poca convinzione. Quando si comportava a quel modo non incontravamo niente, era meglio cambiare aria.
Instancabile, carica di grande passione, nata praticamente per cacciare, come si diceva una volta, era “il cane che serviva il fucile“.
Personalmente l’ho sempre pensata così, oggi ancora di più.
La mia grande passione è selettiva, solo “la caccia vagante con il cane da ferma“, seguendo attentamente l’azione del cane dall’inizio alla fine, immerso nel silenzio della natura circostante, rotto soltanto dal suono del campano.
Per questo motivo ho sempre cacciato da solo, anche con i pochi e veri amici che ho avuto il piacere e la fortuna di incontrare nella mia vita di cacciatore: mio padre, Benedetto e Cesare. Si andava insieme ma una volta arrivati a destinazione ci si divideva e si cacciava ognuno per proprio conto.

Con Zazà a Beccacce ero solito frequentare la stessa zona, tanto che con il tempo avevo ottenuto la fiducia e l’amicizia dell’allevatore.
Quel territorio di caccia era, allora, un vero paradiso terrestre, ettari ed ettari di bosco, pianori, colline e canali di macchia da sottobosco rendevano magiche le battute di caccia. Con mio padre, Zazà e la sua Duscka si partiva molto presto per arrivare che era ancora buio, poi ci si attrezzava per la lunga giornata che per me iniziava all’alba e finiva al tramonto.
Pane in bertula” (pane al sacco) come si dice da queste parti, e pedalare. A mio padre lasciavo sempre la zona meno faticosa, un pianoro di bosco stupendo, ricco di rimesse per la regina e soprattutto vicino all’azienda e alla macchina. Quando voleva poteva staccare per riposarsi e fare magari la posta a qualche colombaccio. Ci saremo visti nel tardo pomeriggio, alla fine della giornata.

Io mi muovevo ancora al buio, perché quell’anno, con la fine dell’estate prodiga di piogge, le Beccacce sostavano in una zona non proprio vicina a dove si lasciava l’auto e preferivo arrivarci per tempo. Con Zazà a guinzaglio e il Beretta A301 cal.20 a tracolla, dopo aver sorseggiato un caffè bollente e salutato il mio vecchio con il solito in bocca al lupo, mi allontanavo.

Conoscevo e conosco molto bene tutta la zona di caccia, negli anni l’avevo battuta in lungo e in largo e questo mi consentiva di trovare lo scolopacide a seconda del periodo, del clima, della temperatura, dei venti…….e dell’istinto.
Arrivato a destinazione liberavo la cagna e la indirizzavo verso le prime rimesse sicure. La zona era coperta in gran parte dalla nostra macchia tipica del sottobosco, il cisto, con spazi più alberati e altri meno e vari avvallamenti a formare piccoli laghetti dove trovavano il loro habitat preferito anche gli anatidi. Sugherete, rovi e felci completavano la grande opera di madre natura.

La prima rimessa della beccaccia era situata in un punto molto difficile, intricato di macchia alta e fitta e alberato. Senza conoscere i passaggi giusti non ci si arrivava.
Zazà ormai ci andava a memoria, infatti aveva già preso il vento e si allargava per chiuderla poi da sotto, spingendola, tra una ferma e l’altra, verso di me. Era sua consuetudine aggirarla per poi chiuderla quando intuiva che la beccaccia cercava di andar via di pedina. Quando non sentivo più il campano, con un fischio leggero segnalavo alla cagna la mia posizione e restavo in attesa…….. pochi interminabili secondi e Zazà si muoveva, molto lentamente. Io teso, pronto con la mano sulla bascula e il dito, aperto, sul grilletto, quando la sentivo frullare alle mie spalle…………….. voltandomi in una frazione di secondo l’avevo già nella linea di mira, avvantaggiato dall’anello di luce che si apriva nella sua direzione di fuga. Un colpo solo per la prima beccaccia della giornata.

La seconda rimessa era oltre il pianoro sovrastante e lungo il tragitto accadeva di involare qualche germano reale che trovava, nella zona molto umida, il suo habitat. Zazà in cerca davanti a me, nei paraggi del primo laghetto si faceva più cauta e proprio al di sotto della spalletta di contenimento andava in ferma. Per non sbagliare mi ero piazzato poco più in alto, quando il primo germano reale si involò seguito a ruota da un secondo…..e da un terzo!
Con i tre colpi a disposizione ero riuscito a buttarli giù tutti e tre…… non ci credevo neanch’io, era la prima volta che facevo una tripletta. Il primo pensiero che mi passava per la mente era di non portarli con me, il peso e l’ingombro nella cacciatora mi avrebbero appesantito e impedito di muovermi al meglio. Trovato nelle vicinanze un nascondiglio sicuro, li avevo sistemati e proseguivo la battuta. La sera, al rientro, li avrei prelevati.

Usciti dalla prima fascia di bosco e guadato il fiumiciattolo la caccia proseguiva in zona più aperta. Sugherete qua e là, macchia più bassa ma sempre fitta di rovi e felci, un “pezzo” riparato ed esposto al sole che lo scolopacide prediligeva soprattutto nelle giornate molto fredde. Da un lato confinava con il bosco che mi ero lasciato dietro ed era abitudine della beccaccia rientrarci non appena involata. Per questo camminavo bordo bordo al bosco con Zazà poco più distante. La cerca della cagna era costante, interrotta solo per alzare la testa e mantenere il giusto collegamento. Ero certo di essere nel posto giusto, infatti la cagna tutto d’un tratto si era fermata e rimaneva immobile troppo a lungo per trattarsi di una sola beccaccia.
Ero abbastanza vicino e preferivo non muovermi. Ancora con Zazà in ferma, la prima regina si era involata dal pulito a pochi metri dalla cagna, al di sotto di una quercia da sughero e come pensavo puntava dritta e veloce verso di me. Non potendola “stoccare” perché quasi mi veniva addosso, mi ero dovuto voltare rapidamente per spararla mentre cercava di raggiungere il bosco. La prima fucilata era stata fatale, in spazi stretti e ravvicinati difficilmente “padellavo”. Avevo marcato bene il punto di caduta per recuperarla in un secondo momento………avevo Zazà ancora lì, sempre immobile.
La regina era proprio sotto il naso della cagna e in una verticale perfetta cercava di sparire tra le fronde della sughera. Avevo sbagliato la prima fucilata, poco alta, tanto che sua maestà aveva cambiato velocemente direzione abbassandosi rapidamente per cercare di coprirsi dietro una roccia……..ma con il secondo colpo era caduta d’ala. Recuperata subito, ero tornato sui miei passi per cercare l’altra che avevo lasciato per servire la cagna.

Tre beccacce erano già in carniere e si proseguiva verso il canalone tra sugherete, cisto, mirti e rovi. Il passaggio alla “tanca” successiva era obbligatorio, l’unico punto basso dove saltare il muretto a secco con rete e filo spinato era vicino e trovavo, puntuale, Zazà impaziente ad aspettarmi. Era d’obbligo la prima piccola pausa, la mia temperatura saliva con l’adrenalina e mi alleggerivo spogliandomi del cosciale “battimacchia”, dei guanti, del foulard e della cuffia di lana per continuare al meglio la battuta.

Il canalone era, allora, la zona migliore e più vasta, le rimesse della beccaccia erano diverse e non mancava di trovarne di nuove. Il territorio era avvallato e l’acqua stagnava infatti nella parte più bassa, che l’inverno, con le piogge, si allagava. C’era un lato a spalla che lo scolopacide preferiva. Lastre di roccia, cisto basso, rovi , sugherete e il sole alto a scaldare il tutto. La via di fuga principale era lì ad una trentina di metri, saltato infatti il muretto a secco si buttavano giù per il costone che scendeva a picco sul fiume e non c’erano santi!!!!!
A pochi passi dalle prime lastre di roccia Zazà aveva già marcato, il tempo di avvicinarmi ed era in ferma, abbassata completamente sulle zampe, dal muso alla coda……adagiata sul terreno. Passavano i secondi e non batteva ciglia, finché…….. eccola!
Ancora una volta mi capitava di vederla in tutta il suo splendore, accovacciata tra quattro fili d’erba e poco cisto, occhi bene aperti a studiare me e la cagna. Sapevo di sbagliarla, ne ero certo, era un film già visto. Da stoccatore il fatto di sapere il punto d’involo è per me svantaggioso perché esclude il fattore sorpresa. Infatti si era involata bassa e dritta davanti a me, neppure tanto veloce e dopo aver sparato i tre colpi a disposizione aveva oltrepassato il muretto poco distante per sparire giù verso il fiume.
Avanti Savoia!!!

Ero in prossimità del “canale dei mirti“, l’avevo battezzato così, ed ogni volta che lo attraversavo raccoglievo un po’ di bacche mature per assaggiare i primi frutti di stagione. Con l’occhio sempre attento alla cagna vedevo che si avvicinava cauta verso la spalla calda e soleggiata, dovevo accelerare per coprire la distanza, ero rimasto un attimo indietro e intanto Zazà allungava per chiudere infine il terreno coperto disegnando un cerchio, naso al vento e testa alta, rallentando fino a concludere bassa bassa con una ferma spettacolare. Due beccacce si erano involate insieme, la prima l’avevo centrata al secondo colpo, dell’altra conoscevo bene la rimessa. Mentre mi avvicinavo per ribatterla, Zazà marcava ancora forte e non appena aveva accennato alla ferma un’altra beccaccia si era involata poco distante. La stoccata era stata precisa e una volta raccolta proseguivo per ribattere quella precedente. Con calma puntavo sul luogo di rimessa e controllavo il lavoro di Zazà che prendeva traccia nel pulito di una pietraia, alternando una ferma con l’altra fino ad arrivare in un bordo di bosco fitto di macchia e alberato, bloccando definitivamente. Sapevo già che la beccaccia, in allarme, avrebbe attraversato lo sporco di pedina per involarsi dal lato opposto e a passo svelto mi ero piazzato in attesa che la cagna concludesse. Finalmente, dopo un avvicinamento estenuante, la regina , costretta con le spalle al muro da Zazà…….ebbe la peggio.

Era stata una delle tante bellissime giornate di Caccia con Zazà, c’eravamo divertiti ancora una volta, l’indomani era festivo, l’otto dicembre, l’Immacolata, la discesa delle Mariane era stata proficua e se si voleva uscire ancora……… era ora di rientrare, avevo i germani da prelevare e tanta strada da fare. Mio padre inoltre mi aspettava per sapere come era andata e nella via di ritorno voleva sentirmi raccontare e raccontarmi come era andata a Lui. Tutto questo, adesso, mi manca tanto………………

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