Benelli Novembre 2018

Gestione e controllo numerico dei predatori

Un argomento controverso da affrontare in modo razionale e scientifico

In ambito venatorio, il controllo numerico dei predatori (ancora troppo spesso erroneamente indicati come nocivi) viene spesso indicato come la misura principale per tutelare e incrementare la piccola selvaggina stanziale. Come spesso accade si tratta di una verità parziale. E’ fondamentale in primo luogo inquadrare la questione da un punto di vista ecologico (cioè della ecologia come scienza che studia il funzionamento degli ecosistemi).

Sebbene i rapporti fra prede e predatori siano molto complessi, possiamo dire in linea di massima che il compito dei secondi sia quello di controllare i primi e mantenere quindi l’equilibrio. E’ emblematico a questo proposito la vicenda dei cervi di Kaibab, una riserva dell’Arizona in cui, all’inizio del secolo scorso, furono eliminati tutti i grandi predatori (lupi e puma). La popolazione di cervi crebbe a dismisura, ma poi bastarono due inverni un po’ più rigidi a decretare la morte per fame di oltre il 60% della popolazione. In assenza di predatori e di controllo infatti, i cervi avevano consumato tutte le risorse alimentari disponibili.

Super-predatori e predatori intermedi

Occorre però tenere presente che in ecologia animale i predatori vengono distinti in due categorie: i super-predatori ed i predatori intermedi che occupano posti distinti nella catena alimentare.

In un ecosistema in equilibrio infatti i super-predatori come il lupo o la lince, svolgono un ruolo di controllo sui predatori intermedi come la volpe. Ad esempio è stato osservato in Finlandia che il ritorno della lince ha determinato una diminuzione della popolazione di volpe di cui ha beneficiato la lepre variabile che è aumentata di numero. La lince infatti, pur essendo un temibile predatore per la lepre, come tutti i predatori apicali, vive a densità relativamente basse, per cui nel complesso la pressione sulla lepre è diminuita.

Tale fenomeno è definito in ecologia come intraguild predation (competizione fra predatori) e determina una situazione di maggiore equilibrio. La letteratura scientifica ci riporta molti esempi in tal senso.

I predatori da un punto di vista gestionale

Da un punto di vista gestionale (soprattutto per la gestione della piccola selvaggina stanziale) che indicazioni possiamo trarre dalla conoscenza di questi fenomeni?

In contesti agricoli ed antropizzati è ovviamente impensabile ricostituire delle catene trofiche complesse come quelle descritte precedentemente. La presenza di super-predatori nelle nostre antropizzate campagne non è né auspicabile, né possibile (vediamo già come sia problematico gestire il ritorno del lupo in molte zone della penisola). In questi contesti quindi è legittimo che l’azione dei super-predatori sia, almeno in parte, surrogata dalla caccia.

Il controllo quindi di predatori generalisti come la volpe ed i corvidi che oltre tutto sono avvantaggiati eccessivamente dalle trasformazioni ambientali e dalla presenza costante di fonti trofiche di origine antropica, può assumere una funzione di riequilibrio ecologico finalizzata alla conservazione di specie in difficoltà come la piccola selvaggina, ma non solo. In Gran Bretagna, ad esempio, il controllo legale di volpe e corvidi viene attuato anche per tutelare specie di interesse conservazionistico ed in grave diminuzione come la pavoncella, il chiurlo ed il piviere d’orato.

Sì a un controllo giusto e nel posto giusto

Sbaglierebbe tuttavia chi pensasse che si possa attuare un controllo generalizzato tale da ridurre la consistenza totale di queste specie. Questa è un’idea assolutamente insostenibile. Quello che è possibile fare è ridurre la pressione di questi predatori laddove abbiamo particolare interesse a tutelare determinate specie. Quello di cui abbiamo bisogno è un controllo umano ed efficiente effettuato al momento giusto e nel posto giusto, cioè di un controllo realizzato con criteri scientifici che identifichi i modi, gli ambiti ed i tempi di intervento.

Vediamo di capirci meglio con un esempio. Abbattere le volpi nel periodo estivo è molto produttivo da un punto di vista del carniere, ma è sostanzialmente inutile per tutelare le nidiate dei galliformi. A questo punto della stagione il grosso della predazione su nidi e nidiacei è già avvenuta. Lo stesso dicasi per la caccia autunnale: in questo periodo di dispersione il territorio lasciato libero da un soggetto viene rapidamente occupato da un altro individuo. Il controllo della volpe per essere realmente una misura utile deve avvenire prima che queste abbiamo cominciato la riproduzione, cioè da gennaio a marzo.

Lo stesso discorso vale per i corvidi. Il controllo di queste specie fuori dal periodo riproduttivo non ha alcun effetto sul successo riproduttivo dei galliformi. Invece il controllo con trappole tipo Larsen, eseguito con criteri professionali da marzo a giugno, cioè quando gazze e cornacchie predano attivamente nidi e nidiacei, ha un effetto positivo sulla produttività non solo dei galliformi ma anche di altre specie avicole tipiche dell’ambiente agricolo. La ricerca scientifica ha mostrato che questo tipo di controllo è efficace ed ha ricadute positive anche sulla biodiversità perché riduce la predazione su altre specie avicole.

Conclusione

Il controllo dei predatori è solo uno degli strumenti per una gestione attiva delle popolazioni di piccola selvaggina. Inutile è limitare le volpi se poi si “lanciano” sul territorio migliaia di animali di allevamento che avranno l’effetto di attirare su quel territorio un numero di volpi ancora maggiore di quelle che si è eliminato. Cura dell’habitat e prelievo sostenibile sono la base di una moderna gestione faunistico-venatoria del territorio.

Un’ultima notazione sul termine “nocivo” ancora troppo utilizzato. Oltre ad essere scorretto sul piano scientifico perché non esistono specie nocive di per sé, lo è anche dal punto di vista antropologico. Se ammettiamo che esistono specie nocive, questo termine a maggior ragione può essere applicato all’uomo. Ma in questo modo finiamo per sposare una visione pessimistica e a dare ragione a quanti vogliono abolire la caccia.

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Francesco Santilli

Agronomo, Dottore di Ricerca in Scienze Animali, da oltre 20 anni lavora come libero professionista nel campo della gestione ambientale e faunistica. In modo particolare la sua attività, sia di consulenza che di ricerca, si è focalizzata sulla gestione della piccola selvaggina stanziale e sui rapporti fra agricoltura e fauna selvatica. E’ convinto che una caccia basata su fondamenti scientifici ed ecologici sia uno straordinario strumento per la conservazione della fauna e della biodiversità.