Il prelievo sostenibile: una necessità della nostra epoca

Ormai da molti anni la concezione dell’attività venatoria ha subito cambiamenti e rivisitazioni. In un’epoca in cui la parola “sostenibile” risulta essere al centro di molti dibattiti e problematiche anche la caccia sente il bisogno di evolversi inserendo questo concetto in progetti e confronti. Di fronte alla continua diminuzione del territorio agrosilvopastorale, la drastica diminuzione di buona parte delle specie di interesse venatorio e l’insorgere continuo di movimenti di pensiero avversi alla caccia, appare necessario aggiornare l’idea stessa di prelievo. Questa via può essere intrapresa solo facendo propria la convinzione che la selvaggina rappresenta per il cacciatore una risorsa che va salvaguardata e protetta.

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Deve infatti essere desiderio e preoccupazione dei cacciatori, in primis, l’avere a disposizione popolazioni numerose e autonome che godono di ottima salute e che siano in grado di fornire ogni anno nuovi individui senza che l’uomo debba attuare alcun ripopolamento. È infatti giunto il momento di assumersi le proprie responsabilità dimostrando alla società come l’attenzione per la salvaguardia della biodiversità e degli ecosistemi sia la priorità di ogni cacciatore, ponendo tutti gli antagonisti dell’attività venatoria di fronte agli sforzi effettuati e alle nette prese di posizione di associazioni ed enti adibiti alla gestione della stessa. I punti da cui partire sono ovviamente tanti e infinite le modalità con cui tutti gli addetti ai lavori possono agire in favore di questi agognati principi.

Uno di questi è, sicuramente, come accennato all’inizio, l’introduzione del concetto di “prelievo sostenibile” nella gestione dell’attività venatoria.

IL PRELIEVO

Iniziamo col fare un po’ di chiarezza attorno a questo termine. Quando parliamo di prelievo possiamo avere in mente due tipi di attività: il prelievo inteso come controllo delle specie dannose e il prelievo inteso come sfruttamento sostenibile delle popolazioni. La differenza principale tra le due forme citate sta nel fatto che nel primo caso si necessita di una drastica riduzione della specie oggetto del prelievo al di sotto della soglia di disponibilità economica, mentre la seconda forma richiede che la popolazione sia preservata per uno sfruttamento futuro. In questo articolo porremo la nostra attenzione su questa seconda forma di prelievo.

Nel nostro paese questo genere di prelievo è spesso rimasto vittima di una precaria, se non assente, collaborazione tra il mondo scientifico accademico e il mondo della gestione faunistica. Basta considerare il fatto che il primo testo completo di “game management” è stato pubblicato in America già nel 1933 ad opera di Leopold mentre il primo testo italiano analogo risale solamente al 1972 e anche in esso Simonetta deve basare le sue conclusioni su ricerche effettuate all’estero. Per sottolineare la criticità della situazione italiana va ricordato che ancora oggi non si dispone delle adeguate informazioni sull’ecologia di numerose specie di interesse venatorio e questo comporta, ovviamente, una difficoltà enorme nel salvaguardare e proteggere le stesse.

Nella programmazione il prelievo può assumere due diverse forme: prelievo quantitativo e prelievo qualitativo. Il primo viene utilizzato quando la specie di interesse appartiene alla piccola e media selvaggina e si basa sull’individuazione del massimo prelievo sostenibile (la popolazione considerata si mantiene senza alcun intervento dell’uomo); il secondo, che viene in genere applicato con riferimento agli ungulati, è assimilabile alla caccia di selezione e interviene in maniera dettagliata sulle diverse classi di età e di sesso.

PRELIEVO QUANTITATIVO

Il prelievo quantitativo si basa sulla capacità intrinseca ad ogni popolazione animale di aumentare fino al momento in cui la crescita viene limitata da fattori come il cibo, le malattie, la predazione o dallo stesso habitat in modo densità-dipendente. Conoscere le influenze che questi fattori hanno sulla popolazione che si va a studiare permette di conoscere l’incremento utile annuo (IUA) della popolazione stessa e, conseguentemente, di calcolarne il prelievo sostenibile.

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Figura 1. Curva di accrescimento teorica di una popolazione animale selvatica.

A questo punto ci troviamo di fronte ad un altro concetto relativamente recente: la teoria del prelievo. Essa si prefigge il compito di determinare il tasso di prelievo che permette alla popolazione di rimanere stabile il più a lungo possibile nel tempo. Deve perciò lavorare avendo uno sguardo ampio sul futuro senza focalizzarsi semplicemente sull’annata in corso o sulle due o tre successive. Per fare questo occorre formulare modelli matematici relativamente semplici che permettano però di osservare l’andamento della popolazione descrivendone processi di crescita e di riproduzione. Il modello più semplice utilizzato con questo obiettivo sostiene che, quando il tasso di prelievo eguaglia il tasso di crescita, il prelievo sostenibile sarà quello regolato sulla dimensione media di equilibrio della popolazione. Occorre infatti ricordare che l’andamento naturale di una popolazione può essere rappresentato da una curva logistica. Essa descrive graficamente l’aumentare costante degli individui nel tempo fino al raggiungimento del livello di equilibrio (k) che identifica la capacità portante dell’ambiente per quella specie (Figura 1).

ASPETTI PRATICI NELLA PIANIFICAZIONE DEL PRELIEVO QUANTITATIVO 

Quando si va a programmare un prelievo sostenibile si può agire ponendo una quota fissa, oppure controllando lo sforzo. La prima strada è quella maggiormente utilizzata ma l’efficacia di questo metodo è perlopiù apparente. Spesso definendo delle quote si è certi di controllare il prelievo in maniera corretta ma la quota resta invariata di fronte ai cambiamenti di densità delle popolazioni di nostro interesse. Diversamente, quando si agisce sullo sforzo attraverso la riduzione delle giornate, della stagione, dei praticanti e così via, si crea un prelievo dipendente direttamente dalla densità. Uno sforzo fisso, infatti, preleva la stessa proporzione sia che si abbia una densità molto elevata sia che se ne abbia una particolarmente bassa.

Quando si hanno poche informazioni sull’ecologia della specie di cui vogliamo organizzare il prelievo è inevitabile procedere per tentativi e, purtroppo, per errori. Ciò non provoca particolari danni se la popolazione presenta una densità elevata e un’ottima salute ma, nel concreto, questo è un caso che si presenta raramente. Anche a causa di gestioni precedenti, frequentemente ci si trova, infatti, a fare i conti con popolazioni prossime all’estinzione a causa della passata sovrastima dei prelievi sostenibili. Gli errori del passato però, se non possono essere cancellati, devono almeno servire da monito per le azioni attuali. Mantenere in sicurezza la popolazione deve sempre essere la preoccupazione primaria, perciò, oltre a monitorarla costantemente, bisogna avere l’accortezza di mantenere il prelievo costantemente al di sotto di quello massimo.

PROBLEMI ALLA BASE DELLA PROGRAMMAZIONE DI UN PRELIEVO SOSTENIBILE

Il massimo prelievo sostenibile si ha con una densità leggermente inferiore alla capacità portante, questa situazione permette infatti alla popolazione di tendere sempre all’accrescimento senza mai arrivare alla saturazione dell’ambiente occupato. Parallelamente va anche ricordato che la densità non deve essere troppo bassa; ciò renderebbe la popolazione troppo vulnerabile ad eventi stocastici e perturbazioni improvvise che la potrebbero portare all’estinzione. Queste conoscenze però sono spesso inutili poiché nel nostro paese, come abbiamo già detto, le informazioni sulle specie di interesse venatorio sono davvero pochissime. Senza di esse è praticamente impossibile programmare un prelievo sostenibile in maniera coscienziosa. Non conoscere l’andamento di una popolazione o la capacità portante di un ambiente per una particolare specie significa non poter conoscere il punto in cui si trova la popolazione che andiamo ad analizzare sulla curva di accrescimento e, quindi, non conoscere quale potrebbe essere il prelievo corretto a cui sottoporla.

Un altro punto di snodo nella programmazione di un prelievo sostenibile si ha su come il prelievo stesso viene inteso all’interno dell’ecosistema. La mortalità da prelievo può, infatti, essere considerata compensativa o additiva rispetto alla mortalità naturale. Nel primo caso si assume che i due tipi di mortalità si compensino e cioè che gli individui prelevati vengano sottratti dagli individui che sarebbero deceduti nel corso dell’anno per cause naturali; nel secondo caso invece si assume che le due mortalità si sommino e che quindi, nel momento in cui si andrà a programmare il prelievo bisognerà considerare anche la mortalità naturale come ulteriore influenza sull’andamento della popolazione. In definitiva perché la mortalità sia additiva è necessario che per ogni animale prelevato la probabilità di sopravvivenza degli altri individui non muti; viceversa se il prelievo di un individuo influisce positivamente sulla sopravvivenza degli altri si ha una parziale o totale compensazione. Normalmente le due mortalità vengono considerate compensative ma in natura non sempre ciò è confermato e nella maggior parte dei casi lo è solo parzialmente. A conferma dell’acceso dibattito attualmente in atto su questo tema possiamo citare alcuni studi effettuati sul colino della Virginia che propendono per ben differenti conclusioni: Errington (1934) sostiene la completa compensazione nel Colino della Virginia, Stoddard (1951) ne sostiene invece completa additività mentre Roseberry (1979) opta per una compensazione parziale. Alla luce di tale incertezza scientifica è consigliabile considerare le due mortalità additive così da evitare il rischio di sottoporre a prelievo eccessivo le popolazioni interessate.

UN ACCENNO AL PRELIEVO QUALITATIVO

Le recenti acquisizioni scientifiche in campo genetico hanno dato un grande apporto al mondo venatorio. Le nuove conoscenze di genetica di popolazione hanno infatti permesso di costatare come il patrimonio genetico di una popolazione naturale sia oggetto di continui cambiamenti microevoluzionistici, causati dalla selezione naturale. Essi possono intervenire molto rapidamente anche a causa della piccola proporzione di adulti che incide sul patrimonio genetico della prole (infatti molti individui hanno figli ma sono pochi quelli che, a causa dell’elevata mortalità e competitività in natura, hanno dei nipoti). È perciò intuibile come un prelievo selettivo causi un inevitabile mutamento nel patrimonio genetico della popolazione.

Quando si attua un prelievo selettivo si assumono diverse assunzioni: la compensazione tra la mortalità naturale e quella da prelievo, “l’inutilità” di alcuni individui all’interno della popolazione, necessità di gestire le popolazioni per la loro stessa sopravvivenza e l’esistenza di parametri ottimali per ogni popolazione. Sfortunatamente quando si parla di prelievo selettivo degli ungulati le assunzioni scorrette sono molte: la necessaria parità tra numero di maschi e numero di femmine nella popolazione, l’inutilità ai fini della riproduzione degli individui vecchi, la relazione tra qualità dei palchi e stato fisico dell’individuo e la differenza all’osservazione tra maschi adulti di diverse classi d’età. In tutti quei casi in cui il prelievo selettivo è stato basato anche su queste assunzioni si sono commessi gravi errori di approccio alla specie e si è andati a rompere e modificare gli equilibri fra classi all’interno delle varie popolazioni. Tutti questi errori di valutazione, figli della troppo frequente assenza di collaborazione tra mondo venatorio e mondo scientifico, sono quindi stati causa di gestioni scorrette e azioni sconsiderate nei confronti della maggior parte delle popolazioni di ungulati presenti in Italia. Inutile sottolineare che solo partendo da assunzioni corrette e scientificamente provate si potranno gestire i numerosi ungulati in modo corretto e con un occhio fisso al futuro.

DEFINIRE UN PIANO DI PRELIEVO

Per definire un piano di prelievo occorrono quindi informazioni e conoscenze dettagliate sulla dinamica di popolazione, sul’Incremento Utile Annuo (IUA) di quest’ultima e sulla capacità portante dell’ambiente. Con queste informazioni si potrà quindi adeguare il prelievo all’incremento della popolazione in rapporto alla ricchezza dell’ambiente: se la popolazione è in equilibrio con l’ambiente si potrà programmare il prelievo di un numero di individui uguale all’IUA; se le densità sono superiori a quelle sostenibili dall’ambiente il prelievo sarà superiore all’IUA; se sono inferiori, invece, si procederà a ridurre il prelievo ponendolo al di sotto dell’IUA e lasciando, così, il tempo alla popolazione di accrescersi naturalmente e di ritornare ad elevate densità.

IN CONCLUSIONE

Considerando tutto ciò che è stato detto appare quindi chiaro come la definizione di un piano di prelievo, sia che si parli di prelievo quantitativo che di prelievo qualitativo, non è un compito facile e necessita di un importante e preciso lavoro di documentazione e studio. Perché, solo avendo tutti i dati necessari, si potrà salvaguardare la popolazione e, ancor più, il prelievo delle stagioni successive. Solo agendo e progettando con meticolosa attenzione si potrà far fronte a qualsiasi critica proveniente dal mondo esterno all’arte venatoria. La salvaguardia della biodiversità e delle specie venatorie deve essere la priorità di ogni cacciatore perché senza di esse questa grande e antica passione non avrebbe più motivo di esistere.

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