La caccia nella storia

Artume, Artemide, Diana

Il suo animale sacro era il cervo, i suoi simboli l’arco, la faretra e la lancia da caccia. In questo articolo vi parlo di lei, di quella che tutti i cacciatori conoscono come la Dea della Caccia

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Figlia di Zeus e Latona, sorella gemella di Apollo, Artemide, una dei dodici Olimpi, le divinità principali della mitologia greca che governano sul regno degli uomini, è il nume deputato alle attività all’aria aperta, tra cui la caccia, nonché signora della luna e delle partorienti. Non è un caso che tra le divinità più importanti per il mondo antico ce ne fosse una addetta alla caccia e alla natura e che fosse proprio figlia del re dell’Olimpo. Le rappresentazioni e le fonti antiche ci raccontano di un essere superiore schivo, dedito alla vita nei boschi, vendicativo con gli uomini troppo curiosi nei confronti della sua femminilità e affabile e generoso con chi la venerava e conduceva una vita nel rispetto della natura. Il suo animale sacro era il cervo, i suoi simboli l’arco, la faretra e la lancia da caccia. Inoltre, come testimonianza di opulenza e di amore per il mondo rurale, in alcune rappresentazioni, è associata a coppe piene di frutti della terra, ad alberi dalle lunghe e rigogliose fronde e a trofei di caccia in bella mostra. Secondo la leggenda, alla sola età di tre anni e con fare deciso, chiese in dono al padre Zeus, che la teneva sulle ginocchia, di rimanere sempre giovane e vergine, un arco e una faretra sacri per l’attività venatoria, e ottanta ninfe a curarsi di lei, dei suoi calzari e dei suoi cani.

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Artume in Etruria

Cacciatrice, quindi, e protettrice della natura in tutte le sue sfaccettature. Presso il popolo Etrusco era chiamata appunto Artume, Dea della Luna, della notte e della natura. Secondo la tradizione, a Lei si deve la fondazione della città di Arezzo. Le divinità Etrusche, tuttavia, a partire dal periodo orientalizzante (VIII secolo a.C.) assumono forme più definite e, almeno a tratti, mutuano alcune caratteristiche dal mondo classico.

Artemide presso i Greci

Presso i greci, invece, la Dea della Caccia rivestiva un ruolo di primissimo piano all’interno del Pantheon (ovvero l’insieme di tutte le divinità). Nella città di Atene, certamente la più importante del classicismo ellenico, la commemorazione della battaglia di Maratona, che rappresentava un giorno simbolico fondamentale per l’unità e dei greci e per l’affermazione dei valori di quel popolo, si svolgeva proprio durante i festeggiamenti dedicati a questa divinità.

Sempre ad Atene, le bambine tra i cinque e i dieci anni di età, prestavano un periodo di servizio e iniziazione per la Dea. Queste bambine venivano chiamate Orse (in greco antico a’rktoi). Il rituale derivava proprio da un evento tratto dalla mitologia antica e raccontato presso i Greci: un giorno, un’orsa sacra ad Artemide graffiò sul volto una bimba che giocava con lei e, per questo motivo, venne abbattuta dagli adirati fratelli della piccola. L’avvenimento fece infuriare la Dea che, per ripicca, scatenò sulla città una terribile pestilenza. Un oracolo, a quel punto, decretò che per mettere fine all’ira della Divinità, tutte le ragazzine della città avrebbero dovuto dedicare un periodo ad Artemide diventando appunto “orse”. Durante i rituali dedicati alla Dea, le bambine (orse) danzavano imitando l’incedere dell’animale sacro ad Artemide vestite di color zafferano. È bello immaginare decine di fanciulle, illuminate dai fuochi dei tripodi incendiati con la pece, magari mano nella mano, vestite con colori sgargianti e naturali, imitare in una danza antica l’incedere claudicante di mamma orsa. Questo particolarissimo rituale ci trasmette il legame di quel popolo così evoluto con la natura. E ci trasmette, attraverso le sue tradizioni e i suoi riti giunti fino a noi, di quanto la grandezza di quella stirpe non avesse dimenticato e, anzi, rimanesse ancorata alle proprie radici. Radici profonde che traevano le loro origini da villaggi di pescatori e agglomerati di contadini.

Diana durante l’Impero Romano

Presso il popolo Romano, il culto della Dea della caccia era talmente importante che aveva la sua sede proprio sull’Aventino e risale, addirittura, a Servio Tullio (sesto Re di Roma). Un altro importante tempio era invece ubicato nell’antico quartiere delle Carinae sull’Esquilino e altri, tutti ovviamente non li conosciamo, erano sparsi per tutta la città di Roma e il resto del centro Italia.

Il Tempio di Diana a Villa Borghese

Tra le fonti antiche che ci raccontano di festeggiamenti e rituali dedicati alla Dea, citiamo le “Storie di Roma” di Tito Livio. In questa opera si racconta di come il sacrificio di una vacca sacra alla Dea, effettuato proprio da un sacerdote di Diana, avesse garantito al popolo di Roma il benvolere della divinità e la possibilità di impadronirsi dell’intero Lazio e, quindi, di iniziare la scalata alla conquista di tutto l’Impero.La politica romana prevedeva, tra le altre cose, una propaganda basata sulla divinità delle proprie origini. Quindi, l’aver scelto proprio un episodio legato al culto della Dea della caccia, delle partorienti, dei corsi d’acqua, insomma della natura in generale, come garanzia di benvolere divino legato alla politica di espansione dell’Impero, garantiva che ogni popolo conquistato, si sentisse parte di progetto superiore e, più volentieri, accettasse il giogo della Città eterna.

Il tempio di Diana a Nemi

Ma ancor prima dell’impero romano e della sua scalata alla conquista di gran parte del mondo allora conosciuto, a Nemi fu eretto il tempio più importante per il culto della Dea protettrice dell’Ars Venandi. Già a partire dal XVII secolo, collezionisti e appassionati di vestigia antiche, compresero la rilevanza di questo luogo e vi iniziarono intense ricerche. Tali indagini proseguirono fino alla metà del 1900 e numerosi ricercatori, sopratutto stranieri, continuarono a scavare l’area sacra e a portare alla luce statue e materiali antichi di straordinario interesse.

I reperti e le statue qui rinvenuti si trovano in numerosi musei italiani ma anche a Boston, in Pennsylvania, a Nottingham e in Danimarca. La fama del santuario di Diana Nemornese, infatti, è riuscita a valicare i confini nazionali e, addirittura, a solcare gli oceani sbarcando nel Continente americano.

Questo sito, maestoso per le vestigia rinvenute, spettacolare per la quantità di statue e per i reperti di altissimo valore artistico che continua a restituire, rappresenta, però, innanzitutto, il luogo più significativo per lo studio del culto della Dea della Caccia presso gli antichi popoli italici. L’area, che si estende per circa cinquantamila metri quadrati ed è stata indagata ancora per una minima parte, sorgeva in un bosco sacro sulle rive del lago di Nemi che, in età arcaica, costituiva esso stesso il locus sacro. Il santuario, localizzato sulla sponda settentrionale del Lago di Nemi, è immerso in un territorio aspro e selvaggio, all’interno di un contesto di origine vulcanica particolarmente suggestivo.

Con buona probabilità, proprio le caratteristiche naturali del comprensorio, misticamente magico, hanno spinto le antiche popolazioni, fin dall’età del Bronzo, a occupare quest’area per farne un luogo sacro. E questo aspetto è testimoniato dal rinvenimento di un deposito di asce risalente proprio all’età del Bronzo. Ma è con le popolazioni latine del centro Italia che il sito diviene un vero e proprio luogo di culto. Ovviamente, l’incontaminata magnificenza della natura, che domina questo comprensorio, ha spinto gli uomini di quelle epoche ha dedicare quel contesto cultuale proprio alla Dea della caccia e della natura. Appunto Diana.

Fino a pochi anni fa si pensava che l’area fosse molto meno ampia e che il tempio vero e proprio fosse circoscritto a una piattaforma rettangolare circondata da nicchioni e da alcuni edifici (tra cui quello dei sacerdoti e un impianto termale).

Quel che resta dei nicchioni del Tempio di Nemi

Oggi sappiamo che l’area era molto più estesa e l’insieme delle costruzioni ben più complesso. Qui Diana era venerata in triplice forma: cacciatrice, protettrice delle nascite e ctonia (divinità femminile originaria del mondo sotterraneo e legata agli eventi sismici e vulcanici). L’importanza di questo luogo, tuttavia, valicava la sfera religiosa per essere anche politica. Qui si riuniva, infatti, la lega dei popoli latini. Quei popoli orgogliosi e dalle antiche tradizioni che, pur avendo provato a contrastare lo strapotere dell’imperialismo romano, erano comunque stati sottomessi dalla forza prorompente dell’Urbe. E possiamo facilmente ipotizzare che non sia un caso che proprio il santuario dedicato alla Dea della caccia e della natura fosse stato eletto a loro luogo di ritrovo. Dopotutto, le popolazioni che qui si incontravano erano costituite perlopiù da pastori e agricoltori che conoscevano bene il mondo agreste e che, di certo, affidavano le loro speranze alle divinità che meglio di tutte rappresentavano il loro modo, la loro quotidianità. Non è un caso, infatti, che proprio presso il santuario di Nemi, siano state rinvenute tracce di adorazione delle divinità egizie Iside e Bubastide, assimilabili a Diana.

L’atmosfera magica che ancora oggi si respira in questo luogo ci narra di popoli indomiti e fieri, di cacce e tradizioni ancestrali. Possiamo quindi immaginare che nei giorni solenni dedicati a Diana, l’area sacra fosse popolata da una moltitudine di uomini agghindati e con armi da parata, di servitori intenti a reggere malamente mute di cani latranti e litigiosi, da sacerdotesse in processione. E tra discussioni politiche e compravendite di animali, i rappresentanti delle genti latine partecipavano a cacce collettive e rituali per suggellare amicizie e rinnovare accordi tra i loro popoli.

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