La tortora selvatica, un migratore dagli ampi orizzonti

Analizziamone lo status generale provando a osservarne l’andamento con sguardo globale per poterne capire le dinamiche e poter così avere idee più chiare sulle numerose proposte di preapertura

La tortora selvatica è da sempre una specie di elevato interesse venatorio, ma le cui abitudini ne rendono difficile la caccia nel periodo dell’anno in cui l’attività venatoria è solita entrare nel vivo in Italia. Proprio per questo motivo, negli anni è andata via via consolidandosi l’abitudine, in alcune regioni, di autorizzarne il prelievo in preapertura. Su questo tema in molti si sono scontrati e tutt’ora si scontrano, ma per affrontarlo in maniera coscienziosa dobbiamo prima compiere un affondo sullo status attuale della specie e sulle sue abitudini biologiche.

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Abitudini e rotte migratorie

L’areale della tortora selvatica è estremamente vasto, occupa quasi tutto il continente europeo, ad eccezione delle aree più settentrionali come parte del Regno Unito, Irlanda e Islanda, e si spinge anche fino alla Siberia occidentale e al Medio Oriente a est e al Nord Africa a sud.

Da agosto fino a ottobre, dopo aver cresciuto i nuovi nati, tutti gli individui si spostano a meridione, verso l’Africa Subsahariana. Nei mesi invernali, perciò, si possono trovare individui in Senegal, Gambia, Nigeria settentrionale, Sudan e così via. Solo all’inizio dell’estate successiva gli esemplari che non appartengono alle popolazioni sahariane ripartono alla volta delle aree di nidificazione, vi giungono a giugno inoltrato e danno avvio a una nuova stagione riproduttiva.

Andamento della popolazione in Europa, cause del declino e status della popolazione europea

Per quanto riguarda l’habitat nell’areale europeo la specie è abbastanza versatile, anche se predilige la presenza di boschi, arbusteti e siepi posti nelle vicinanze di zone incolte e campi coltivati dove la tortora è solita nutrirsi. La popolazione italiana è stimata attorno ai 600.000 individui riproduttori.

Per quanto riguarda l’andamento della popolazione, dopo un aumento a metà del secolo scorso si è assistito a un calo generalizzato. Ad esempio, tra i primi anni ’70 e i primi anni ‘90 la popolazione del Regno Unito è diminuita di più del 50%.

Come altri uccelli con abitudini simili, la tortora è stata messa in seria difficoltà da tutti quei cambiamenti che negli ultimi decenni hanno stravolto le nostre campagne. Dal dopoguerra, infatti, l’uso di pesticidi ed erbicidi è aumentato in maniera incontrollata; questo ha annientato buona parte delle risorse alimentari, sia vegetali che animali, di molte specie selvatiche. Inoltre, anche a causa dell’aumento delle colture intensive, la maggior parte dei filari e delle siepi sono stati tagliati e questo ha ridotto vistosamente i siti di nidificazione.

Oltre a questi aspetti, bisogna ricordare che la pressione venatoria su questa specie è molto elevata e gli abbattimenti ricoprono un ruolo importante tra le cause di mortalità della stessa. In Italia, come abbiamo accennato in apertura, questo non è del tutto vero perché le ormai due giornate di preapertura, peraltro non istituite da tutte le regioni, sono gli unici momenti dell’anno in cui si concentra il prelievo della tortora essendo l’apertura della terza domenica di settembre ben oltre il periodo di partenza di questa specie.

A conferma di quanto detto, nel 2018 l’ISPRA ha fornito alle regioni pareri favorevoli alla preapertura della caccia alla tortora selvatica. La specie risulta, infatti, stabile nel nostro paese e non Vulnerabile come è considerata in buona parte del resto del continente Europeo. Inoltre, continua l’ISPRA, il prelievo venatorio incide soprattutto su individui nati in Italia (Marx et al. 2016) oppure su esemplari che arrivano dalla Repubblica Ceca o dalla Svezia (Atlante della Migrazione degli Uccelli in Italia, Spina F. & Volponi S, Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e ISPRA, 2008), provenienze che non fanno parte della rotta migratoria occidentale: la più a rischio e quella con il più preoccupante calo demografico.

La Tortora Selvatica: una specie globale che merita di essere studiata con sguardo ampio

Una volta fatto il punto sulla tortora a livello locale vorremmo tentare di allargare i nostri orizzonti di analisi. Tendiamo sempre, infatti, ad analizzare i mutamenti degli andamenti demografici delle specie selvatiche concentrandoci sul breve periodo e sui fattori umani, che sono i principali artefici dei cambiamenti più veloci.

Un interessante articolo intitolato “Genomic evidence of demographic fluctuations and lack of genetic structure across flyways in a long distance migrant, the European turtle” pubblicato sulla rivista BMC Evolutionary Biology nel 2016, analizza la storia demografica della tortora, dal Pleistocene ad oggi, con una particolare attenzione alle oscillazioni climatiche che si sono susseguite nella storia. Il fine di questo lavoro scientifico era provare a prevedere le conseguenze del riscaldamento globale su questa specie. I risultati hanno sottolineato delle crescite demografiche in prossimità delle ere glaciali; crescite che hanno seguito la disponibilità di habitat. Lo studio dei campioni genetici ha inoltre definito l’importanza di una gestione a livello globale perché, per quanto le rotte di migrazione possano essere diverse, la popolazione è stata e rimane globale. Questo articolo definisce anche l’importanza del tentativo di seguire, sia nello studio che nella gestione, i mutamenti dell’habitat e del clima dei nostri tempi.

Infine, considerando un articolo uscito su Ibis nel 2009, intitolato “Survival of Turtle Doves Streptopelia turtur in relation to western Africa environmental conditions” degli autori Cyil Eraud, Jean‐Marie Boutin, Marcel Riviere, Jacques Brun, Christophe Barbraud e Herve Lormee, notiamo quanto siano collegate le condizioni di una popolazione francese di tortora con quelle dei siti di svernamento. È stata, infatti, riscontrata una correlazione positiva tra le coltivazioni di cereali in Senegal e Mali, la differenziazione della vegetazione e la sopravvivenza della popolazione sopracitata.

In conclusione, possiamo soltanto sottolineare ancora una volta l’importanza della scienza e della gestione. Il mondo della caccia è in possesso d’informazioni e dati di mole impareggiabile, sarebbe bello far sì che essi vengano uniti a quelli degli altri stati per una collaborazione costruttiva nella gestione di tutte le specie migratorie.

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