La pavoncella in Italia, come fermarne il declino

Un uccello raro che ancora arricchisce le nostre pianure e per il quale i cacciatori possono fare molto, a partire da interventi di gestione faunistica semplici da attuare

La pavoncella è un limicolo a distribuzione paleartica di elevato interesse venatorio. L’Italia rappresenta per questa specie un importante sito di svernamento per le popolazioni del Nord-Est europeo, ma non sono assenti individui che vi nidificano con regolarità.

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A causa di un successo riproduttivo che spesso risulta insufficiente a mantenerne in salute le popolazioni, e a un’attività intensa e sconsiderata di raccolta delle uova avvenuta nei decenni passati, la pavoncella ha subito negli ultimi anni un drastico declino delle popolazioni, così da essere considerata specie Vulnerabile in Europa e Quasi minacciata a livello globale.

Alcuni studi compiuti nella seconda metà del secolo scorso non hanno riscontrato una vistosa incidenza dell’attività venatoria sull’andamento di questa specie. Un impatto particolarmente negativo, invece, può essere attribuito sia alla predazione a opera di corvidi, canidi e mustelidi sia alla distruzione dei nidi a opera delle pratiche agricole. Attualmente la specie soffre principalmente dello stato di degrado ambientale legato alle zone agricole, come avviene per la maggior parte di quelle specie che hanno, nel corso dei secoli, legato la propria biologia ad ambienti antropici rurali.

Il declino della pavoncella è stato quantificato a livello europeo a -51% su tutto il periodo dal 1980 al 2005, e a un -4% annuo che non può passare inosservato.

La Pavoncella in Italia

Analizzando il caso della Lombardia, la Pavoncella risulta in prevalenza svernante, con un’elevata presenza registrata da novembre a febbraio. Il primo caso di nidificazione si è registrato nel 1960, e dagli anni ’80 si è assistito a un costante aumento degli individui nidificanti nella regione, fino ad arrivare a circa 1500 coppie.

Lo studio effettuato nel 2011 da Violetta Longoni, Sara Serrano, Vittorio Vigorita, Laura Cucé e Mauro Fasola per Regione Lombardia e Università di Pavia intitolato “Monitoraggio Uccelli acquatici nidificanti, Ecologia e popolazioni della Pavoncella Vanellus vanellus, specie d’interesse venatorio, in Regione Lombardia”, mette in risalto alcuni aspetti e criticità importanti riguardanti il successo riproduttivo della popolazione nidificante in Lombardia.

Innanzitutto, il fattore determinante è risultato essere la presenza di risaie, mentre meno rilevanti sembrano apparire zone umide e greti dei fiumi, anche se ciò potrebbe essere sfalsato dalla bassissima presenza di questi ultimi.

Il successo riproduttivo

Come è noto, in natura il principale traguardo degli uccelli è costituito dal portare il maggior numero di uova deposte alla schiusa. La pavoncella non fa eccezione e lo studio sopracitato dimostra come le pavoncelle lombarde, costrette a scegliere ambienti poco naturali come le risaie, risultino in balia delle pratiche agricole. Questo avviene sia nel caso in cui i campi ospitanti i nidi vengano allagati, sia quando esse intervengono sull’ambiente limitandone, per esempio, le risorse trofiche con pesticidi e altre sostanze.

Le deposizioni hanno inizio a circa metà aprile e perdurano fino anche all’inizio di giugno, facendo sì che la cova si protragga fino a luglio inoltrato. Risulta da alcuni dati che in media il 55% dei nidi non porta alla schiusa nemmeno un uovo (la percentuale di uova schiuse sul totale di uova deposte si aggira attorno al 44%). Le principali cause sono risultate essere la distruzione del nido a causa di lavori agricoli e la predazione. Per avere un’idea più chiara possiamo considerare una sopravvivenza media ottimistica all’involvo del 40% dei pulcini schiusi e una percentuale del 60% per quanto riguarda la sopravvivenza dei pulcini al primo inverno (Parish 1998).

Perciò, nella pianura lombarda, una covata affronta una perdita percentuale di pulcini molto elevata prima che essi possano essere considerati individui riproduttori. Considerando, infatti, un nido con tre o quattro uova, esso riuscirà a produrre in media 0,4 esemplari riproduttori all’anno. Se si considerano i quattro anni di aspettativa di vita di una pavoncella si ha che nel medesimo arco di tempo un individuo produrrà una media di 0,6 giovani, un valore molto distante da quello che ci si aspetterebbe per una popolazione con una prospettiva stabile.

Proviamo a dare una spiegazione a questi risultati e cerchiamo le cause dell’accertato declino

Questa conclusione si scontra con i dati precedentemente raccolti che presentavano il numero di pavoncelle nidificanti nella regione in costante crescita negli ultimi decenni. La causa di questa inversione potrebbe risiedere nel cambiamento del trattamento delle risaie che, a differenza di ciò che era abitudine negli anni ’80, non vengono più allagate alla fine di marzo, ma a maggio inoltrato, facendo sì che le pavoncelle, trovandola asciutta, costruiscano il nido nella camera di risaia anziché sui margini della stessa.

Un ulteriore fattore che risulta particolarmente negativo ai fini del successo riproduttivo è la presenza di cornacchie grigie nelle immediate vicinanze dei nidi. La loro presenza in numeri bassi sembra essere più impattante sui nidi singoli, cioè non appartenenti a colonie, mentre nel caso in cui i numeri dei predatori superino certi livelli, ad esserne colpite maggiormente sono le nidificazioni aggregate.

Il quadro generale non si può considerare positivo, ma gli interventi e le attenzioni da introdurre possono essere molte. Il controllo dei predatori deve sempre essere considerato un’azione fondamentale, che ogni cacciatore è tenuto a compiere, ma un altro passo importante andrebbe compiuto perché il mondo della caccia non sia isolato in questo tentativo: le pratiche agricole vanno concordate e adeguate perché non siano più la principale causa della scomparsa di questa specie dai nostri territori, ma collaborino per donarle un habitat più idoneo e sicuro.

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